martedì 26 maggio 2009

Imprevedibile/ Doida demais


Doida demais


Beijaria tua boca, só isso...Um beijo gostoso e sem pressa
Um beijo diz tudo, se vai ser bom ou nao ir adiante
sentiria o gosto da sua boca e se combinasse...

Beijaria muito mais que sua boca.
Beijaria seus sonhos, seus desejos e em cada beijo
um convite para que voce se perdesse dentro de mim...

Porque sou doida demais e não sei fingir,
nem tenho meias palavras
E minha liberdade se confunde com a entrega...
Tao ilimitada quanto o tempo e a vontade de viver
sem medo de ser feliz.

''E lá fora o mar, muito além dos sentidos...
Trouxe ...As trilhas da imensidão que percorro.''



Giselle Sato




Imprevedibile



Bacerei la tua bocca, soltanto….un bacio delizioso, senza fretta.
Un bacio dice tutto, se sarà bello o no proseguire
Sentirei il gusto della tua bocca e se combinasse…

Bacerei molto di più che la bocca.
Bacerei i tuoi sogni, i tuoi desideri e con ogni bacio
un’ invito a perderti dentro di me.

Perché io sono assai imprevedibile e non so mascherare,
non ho più parole
e la mia libertà si confonde con la mia consacrazione
talmente illimitata quanto il tempo e la volontà di vivere senza paure essendo felici.


E la fuori il mare, al di sopra di ogni sensazione
mi guida sulle rotte dell’ immensità che percorro.


Trad. Maurizio Gennari



www.trilhasdaimensidao.prosaeverso.net

martedì 5 maggio 2009

Isabella



Tutti i giorni si guardava nella specchiera platinata in oro vecchio. Ereditata dai bisnonni, portata dall’Europa e contesa con unghie e con denti. La spazzola scivolava accarezzando i riccioli immaginari, il rossetto metteva in risalto il contorno della bocca grinzosa. Migliaia di portaritratti sparsi, ricordavano quanto fosse stata bella. Tuttora si vantava del portamento e dei lineamenti.

Deteneva il sopranome di vedova nera. Una malignità dovuta ai quattro fidanzati morti nell’ imminenza dei matrimoni, una tragedia che causava panico ai futuri pretendenti. Incolpava il destino tutti i giorni per la solitudine e la tristezza. Ingannando il tempo con incalcolabili punti di ricamo. Le nipoti e le sorelle quando avevano bisogno di stracci da cucina, passavano a casa di Isa e sceglievano. Mai era stata invitata a feste o gite. Non aveva amici e il telefono non squillava mai.

La trattavano con circospezione quasi da strega. I bambini del vicinato fuggivano impauriti e aveva già visto un vicina fare il segno della croce al suo passaggio.
Quando perse l’ultimo futuro marito, decise di abitare nella casa dove avrebbe dovuto cominciare la vita da sposata. Fece costruire alti muri di recinzione per nascondersi da tutti, si ritrovò reclusa e dai pochi dimenticata. Isa cominciò a vestirsi di nero dalla testa ai piedi e mai usò altro colore. Fece cambiare le tendine e coprire divani e cuscini. Rivestimenti e pavimenti neri in tutta la casa atti a conferire un aria funebre di una tomba recentemente aperta. Isa aveva la mania di conservare piccoli altari negli angoli del salotto. Vasi con rose di colori differenti, uno per ogni defunto, un ricordo in rosso, bianco, rosa e giallo. A parte le candele, i fiori e il silenzio, niente in quella casa riecheggiava vita, la morte era venerata in una rifiutata esistenza.

Fu così che Alfredo incontrò la lugubre casa. Se non fosse stato un tremendo canaglia, sarebbe fuggito spaventato, ma pensò bene e intravide il lusso celato sotto i panni. Cominciò a scavare un lago, con sorgente ed illuminazione diffusa. La proprietaria aveva disegnato una strana nicchia in mezzo all’ acqua dove avrebbe custodito i resti mortali dei quasi mariti. Giorno dopo giorno, il furbo operaio azzardava un qualunque approccio, in cerca di un mezzo sorriso:

-Buon giorno signora, ha visto le pietre del fondo del lago? Ho cercato di sistemarle nel miglior modo possibile, quasi un mosaico, notò che ho cercato di abbinare i colori chiari e scuri?

-Si. Lei è molto creativo, con certezza decanterò il suo lavoro a mio cugino, che lo raccomandò.

- Ah! Si . Il capo sarà molto contento di sapere che restò soddisfatta. Ed io viziato con il suo delizioso caffè con i dolcetti fritti.

-Sono speciali come le ricette della mia bisnonna. Prelibatezze che portò con se dal Portogallo e che io quasi non faccio. Abituata a non aver compagnia, veda lei, prendo come scusa la sua presenza.

-Avrei immenso piacere di provare queste ghiottonerie. Non sono abituato a questi lussi.

-Oggi ho fatto un dolce di arancia, tortine di limone e pasticcio di “carambola”. Domani penserò a qualche cosa che da molto non faccio.

-Signora lei ha mani di fata. Mai ho mangiato così bene in tutta la mia vita.

- Signora? Se mi chiama così di nuovo, non faccio più niente…

-No! Isa…Isa non lo faccia, morirei di tristezza se non cucinasse mai per me.

- Bene, Alfredo… benissimo. Penso di essere ispirata, vado a fare qualche frittella per merenda.

Alfredo capì che il cammino era il mangiare e non perse tempo. Non c’ era giorno che non si saturasse con salatini e torte. E con la scusa, rimaneva per la cena, prendendo anche un caffè di più e quasi nell’ ora di dormire, usciva frettolosamente e triste.
Attraversava tutta la città per dormire in un letto piazzato in una caldissima stanza di una pensione che divideva con altre sei persone. Disteso sul letto a castello, sentendo l’aria pesante ed intrisa di acre odore di sudore. Alfredo sognava le buone maniere di Isa, come dividere la vita con una donna triste e carente.

L’ opera che doveva terminare in un mese già stava entrando nel terzo e il proprietario dell’ impresa non era per niente soddisfatto. Andò a dare una occhiata dalla cugina per il grande ritardo. Dal portone vide l’ operaio seduto su uno scalino, prendendo il caffè…… mentre la vecchia signora gli raccontava storie. Furioso, camminando con passo pesante, dando calci al pietrisco e ai gatti senza la minore preoccupazione:

-Ma che diavolo? Alfredo sta essendo pagato per costruire quel maledetto mausoleo acquatico non per fare chiacchiere.

-Calmati. In questa casa non abbiamo bisogno di galli che cantano. Come pensi che sia la vita Josuè? Entra con educazione e andiamo piano perché chi paga le ore sono io.

-Tu paghi le ore e lui fa altre cose. Siamo alla fine dell’ anno cugina Isa. Caspita! Dolcetti e fiori di zucca! Posso? Da quanti anni che non mangio queste prelibatezze

Isa osservò il cugino divorando tutta la merenda. Poi decisero che Alfredo sarebbe rimasto altri dieci giorni. Nel caso che non avesse terminato sarebbe stato licenziato. La donna contenne l’ odio che stava sentendo, facendo appello perché il maledetto parente si strozzasse e li lasciasse in pace. Niente di ciò successe quella notte, lavoratore e padrona, si salutarono frettolosamente senza chiacchiere o esperimenti culinari. Isa osservava la casseruola sulla tavola della cucina, pronta ad entrare nel forno, i dolcetti da avvolgere e il vuoto della vita. Per la prima volta, avvertì il peso dell’ età, la solitudine e la vergogna per i molti anni sprecati.

Raccolse il coraggio e cominciò a smontare gli altari, immersa il dolci ricordi, come alle leccornie che preparò con tanta cura per i fidanzati. Chiaro che ad ognuno fu servito un veleno differente, con dosaggi sempre più sicuri e precisi. Chi avrebbe mai pensato… in quell’ epoca era tanto naturale difendere la propria purezza. Mai avrebbe lasciato un uomo qualunque profanare il suo corpo. Ricordò quando la madre insisteva e le procurava pretendenti. Nessuno le aveva mai chiesto che cosa lei desiderasse. Mai!

A quest’ ora il cugino dovrebbe essere in qualche ospedale e Alfredo sentendo mancanza del mangiare. La medicina si era molto sviluppata e avrebbero constatato l’ avvelenamento. Le rimaneva poco tempo sino a che avessero riunito gli indizi e fossero arrivati all’ ovvio. Non sarebbe stata incarcerata con quasi settanta anni, tantomeno avrebbe potuto vivere in un altro luogo se non nella sua casa nera. Accarezzò i gatti e gli servi l’ ultima cena. Dopo qualche minuto tutti già si accartocciavano per la cucina… liberò gli uccellini e stappò il vino migliore.
Si sbalordì con il vestito da sposa, il bianco sempre era presente marcando l’ epoca. Dopo tanti anni sembrava essere ringiovanita: era la Isa a vent’ anni, invidiata durante la festa di fidanzamento, a quindici ballando il primo valzer, a dodici quando fu ricoverata in clinica di riposo, a otto quando il padre cominciò a farle visita in camera da letto tutte le notti.

Isa aprì il rubinetto del lago e terminò di fare le ultime cose. Pensò che fosse profondo abbastanza per i pesci che non ci sarebbero mai stati e sorrise. Sistemò le foto sul bordo assieme alle piccole candele accese, formando un sentiero illuminato… si spinse nell’ acqua gelata fino a che il veleno non facesse effetto. In fondo c’ era soltanto oscurità, anche così si sentì alleviata… quasi felice.


Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)

mercoledì 29 aprile 2009

Fome e vícios- Escrava do Prazer





Tenho fome
da tua carne...
Tenho sede
do teu gozo

Só você me sacia plenamente
Em todos os sentidos e formas

Tenho medo
Dos teus vícios
Tenho ganas
De te devorar

Atiça meus instintos profanos
Em incontáveis ciclos ...

Enfeitiça !
Domina !
Impõe!
Redenção!

No espelho partido que reflete nossas almas
A eternidade não é mais que um instante

Te adoro em silencio
Submissa, dócil
Indecente delírio
Escrava mulher

E que me importa os conceitos se nosso leito
desconhece pudores e limites!

Meu dono e senhor...
Somos pecado e gula
Doce e amargo
Fio cortante e aconchego.

Toma minha alma de um só gole... Brinca com a agonia
A lingua chicote fustigando o cio em gozos ... Perdição.

lunedì 27 aprile 2009

Streep - Tease




Un momento sensuale. Attesa...
Pura esibizione a mosse prestabilite.
Tacco a spillo, decolté feticcio
Piedi, talloni, polpacci
Cuoio, seta... Transparenze
Spalle e colli piegati
Calze di seta nera
Pelle d' oca,seni provocanti
Cinta elastica rossa
Per un filo...Fianchi perfetti
Collana di perle tra le dita
Il sudore scorre lungo la scollatura
Ruotandosi di spalle lentamente
Si spoglia, nasconde il vestito
Sorriso invitante: gambe e cosce
Ondeggiamento, musica e cadenzata
Sorprese, capelli sciolti
Guepiere sfida
Pube e sesso
Lacci, funicelle e nastri
Concedersi
Libertà
Insomma!

domenica 26 aprile 2009

Bonecas Macabras- Giselle Sato


----O PACTO ----



Na porta da casa, conferiu o endereço mais uma vez. Coragem para entrar era outro assunto. Duas mulheres saíram rindo, uma delas deixou o portão aberto:- Tem hora marcada? Pode entrar...

- Vocês gostaram da consulta?

- Claro, ela é ótima.

A moça atravessou o portão, encontrou a porta aberta e sentou-se no sofá. Tudo muito humilde, nada diferente das outras casas: - Pode entrar, estou aguardando.
O som da voz vinha do quartinho, chegou devagar, espiou pelo batente e viu a mulher sentada. Apenas a toalha branca e outra cadeira:- Por favor, sente-se. Como vai?

- Nada bem, estou péssima.

- Fique tranqüila, quero apenas que segure minhas mãos. Está muito nervosa, tente se acalmar para que eu possa trabalhar.

Um altar simples, apenas uma cruz de madeira e incenso. Flores de plástico e muitas bonecas. Todas vestidas de noiva. Nos mais variados modelos, cores e tamanhos. Praticamente , todo o espaço estava tomado, eram como mil olhos de vidro observassem. Vigiando a cada movimento.
Percebeu que a mulher era cega, os olhos azulados como cristal, pareciam duas contas claras. A vidente falava com tranqüilidade:

-Não ligue para elas, são presentes de moças satisfeitas. Sou apaixonada por minhas noivinhas.

- Elas são assustadoras. Parecem de verdade.

- Menina, você não esperava por essa! Seu noivo foi embora, deu um chute no seu dinheiro e nas suas grosserias.

- É verdade, Pedro me chamou de bruxa, disse que eu ia destruir a vida dele. Meu vestido está pronto e os convites já foram distribuídos. Não aceito esta humilhação. Faltam vinte dias para o casamento, ele não pode fazer isto comigo.

- Então é mais o orgulho ferido que amor...

- Não interessa, fui à igreja procurar ajuda. Ia pedir ao padre que intercedesse. Uma moça me entregou seu cartão. Disse que você podia ajudar. Eu pensei... não tenho mais nada a perder...

- Muito bem...mas preciso esclarecer alguns pontos: Não há como quebrar o feitiço e seu caso não vai levar nem três dias.

- Jura? Não desmarquei nada, minha família nem imagina que brigamos.

- A menina precisa aprender a controlar o mau gênio.

- Eu pago o dobro , se garantir que dará resultado.

- Não é questão de dinheiro. Preste muita atenção: Você é responsável por seu destino. Tem certeza que é isto que deseja?

- Faça o que tem que ser feito. Pode deixar, sei muito bem o que eu quero.

Maria Amélia saiu da casinha enojada. Não tinha se dado conta que a noite havia passado. O cheiro forte do incenso, a cara da cega, tudo parecia surreal e confuso. Sentiu-se uma idiota desesperada, caminhando apressada pelas ruas da periferia. Fez sinal para um táxi, queria sair daquele lugar e esquecer o que havia feito.



---BONEQUINHA---


Naquela noite, teve pesadelos horríveis com as cenas do ritual. Os momentos voltavam como uma tortura, acordou aos gritos. A mãe e as irmãs cercavam de cuidados:

- O que aconteceu? Está banhada em suor, que ferimento é este na sua mão?

- Não é nada, arranhei com a faca de pão. Já disse que não gosto daquela faquinha velha. Podem ir dormir, estou bem, saiam daqui. ..Me deixem em paz.

Conhecendo o humor da moça, a família achou melhor obedecer e não perguntar mais nada. No dia seguinte, Maria Amélia estava pálida e com aspecto cansado. Não houve comentários, cada qual tomou seu rumo e a moça resolveu tirar o dia de folga.
A mão estava inchada e vermelha. Precisava limpar o machucado, faria isto mais tarde, estava cansada. O talho fundo, serviu para fortalecer a magia. Um pequeno sacrifício feito com prazer. A dor era como um lembrete e ela queria ver o resultado.
Estava cochilando no sofá, Pedro entrou de mansinho. Parecia assustado, com medo da reação da noiva:

- Amelinha. Está com uma carinha cansada. Sua mãe disse que está doente.

- Me poupe da conversa fiada. O que quer?

- Puxa Amelinha, vim pedir desculpas. Estava com a cabeça quente, nervoso com as despesas do casamento.

- Não entendo sua preocupação, meu pai está pagando tudo.

- Não precisa humilhar assim.

- Agora é tarde, já cancelei tudo e não tem jeito. Esqueceu que me chamou de bruxa?

- Mas meu amor, eu estou arrependido. Você sabe que eu sempre gostei de você.

- Sinto muito. Você para mim, morreu. Morreu!

- Pois que seja, não sei porque estou aqui. Estava trabalhando e larguei tudo feito um doido.

- Daqui a pouco, vai perder o emprego. Deixe meu pai saber o que você aprontou.

- Não faça isto Amelinha, sou arrimo de família.

- Você jogou a sorte pela janela. Nunca vai ser nada na vida, este casamento era sua grande chance.

Maria Amélia estava felicíssima, em menos de 24 horas havia dado resultado. Agora ela queria fazer o noivo rastejar, implorar, suplicar seu perdão...até enjoar de maltratar Pedro...
Então, estaria vingada e aceitaria reatar o noivado. Sabia que Pedro era apaixonado por ela desde menino. O corte latejava terrivelmente, ficou apertando o punho, assistindo o rapaz sair de cabeça baixa.
Minutos mais tarde, já havia esquecido o incidente e assistia TV. Enroscada no sofá, sentiu o movimento e encarou o noivo parado na sua frente:

- Saia daí, quero ver o programa.

Ele sorriu e continuou em frente ao aparelho, impedindo a visão. Amelinha então, percebeu a camisa branca empapada de sangue, na altura do peito. A mancha aumentava mais e mais.
Tentou levantar para socorrer o rapaz. Quando estava bem próxima, estendeu a mão e não havia nada. Pedro havia desaparecido. Sentiu um mau pressentimento, tentou o celular de Pedro:

- Pai? O que está fazendo com o celular do Pedro? O que está acontecendo?

Amelinha desabou na cadeira. A firma havia sido assaltada e Pedro reagiu. Morto.
Ele havia morrido e todo o trabalho estava perdido. Sentiu vontade de voltar à casa da vidente e reclamar. Sentiu raiva de tudo e todos. Principalmente do morto, este sim, o maior culpado.

Trancada no quarto, livrou-se do enterro e da família. Enquanto todos respeitavam seu silêncio, Amelinha deitada no escuro, amaldiçoava a vida. Começou a sentir fortes dores nas articulações. O corpo inteiro formigava e o cansaço não permitia que saísse da cama.
Naquela mesma noite, sentiu que não estava sozinha. Viu o noivo encostado na penteadeira. A mesma roupa ensangüentada, o ar perdido e triste:- O que quer? Você está morto, vá assombrar sua mãe.

Pedro riu e andou até a cabeceira da cama. Amelinha notou que ele tinha os olhos azulados. Vítreos. Pediu mais uma vez que ele fosse embora:- Patético. Até morto é patético. Pra que foi bancar o herói? Agora virou fantasma.

- Fiz de propósito. Minha mãe vai receber meu seguro de vida. Ia perder o emprego, esqueceu?

- Eu estava brincando, queria te fazer sofrer... ia reatar o casamento.

Completamente transtornada, começou a rir. À princípio eram risadinhas de deboche, depois, o riso tornou-se incontrolável. Não conseguia relaxar os músculos faciais. O molar doía, a ponto das gargalhadas, transformarem-se em pura agonia.
Amelinha desmaiou de dor, perdia a razão e não sabia o que fazer. Pedro não a deixava. Era uma sombra pairando a cada respiração. Todo o corpo contraído como estive levando agulhadas.
Ela suplicava que ele a deixasse em paz. Cada aproximação do defunto, provocavam ondas de calafrios. Amelinha se debatia, queria livrar-se do algoz, mas estavam ligados. Unidos.

Precisava ter forças para voltar na vidente e pedir ajuda. A garganta começou a fechar e sentiu as mãos de Pedro em seu pescoço. Amelinha sufocava, desfalecia sem conseguir respirar.
Então ele se foi e o ar entrou em golfadas. O pulmão ardia pelo esforço. Respirar. Não queria morrer , tinha muito para viver. Cada minuto, odiava mais o noivo, ele só queria vingança. Precisava lutar e a dor era uma inimiga poderosa.
No terceiro dia, a mãe forçou um contato:- Filha, precisa comer alguma coisa. Porque está tão escuro? Vou deixar entrar um ar, precisa reagir, estamos preocupados....

- Não , esta luz dói...

Quando uma réstia de luz iluminou o quarto, a mulher tentou conter o horror. A filha estava esticada na cama, completamente retesada.
As mãos tapavam os olhos, o cheiro forte de suor impregnava tudo. Era preciso chamar o médico urgente, Amélia estava muito doente. Rangia os dentes e gemia alto:- É Pedro, ele veio me buscar.

Uma hora mais tarde, a ambulância levava a moça para o hospital. A expressão fechada do médico, era alarmante:- Ela está com tétano, o estado é muito grave. Não compreendo como deixaram passar tanto tempo sem socorro.

- Minha filha acabou de perder o noivo, trancou-se e não quis falar com ninguém. Foram apenas dois dias doutor. Como poderíamos imaginar?

Internada na UTI, Amelinha não reagiu ao tratamento e acabou falecendo. Após a cerimônia, todos lastimavam o destino de Maria Amélia. O casal faleceu com semanas de diferença. Um caso triste e tocante.

O cortejo já ia longe, quando duas mulheres, aproximaram-se do túmulo lentamente. Uma delas depositou a boneca no jazigo recém coberto. No meio das coroas de flores, a bruxinha vestida de noiva, vertia lágrimas...

mercoledì 15 aprile 2009

La Grassottella


La Grassottella

Lena era una donna grassa, bassa, pesava 130 chili e odiava diete ed esercizi. Pur essendo molto allegra e simpatica non riusciva a trovare un innamorato, da sei lunghi anni… Sola ammazzava la tristezza divorando torte, pasticcini e salatini, scatole e scatole di cioccolatini. Inframmezzava le cucchiaiate di gelato lamentandosi della sventura.

Malediceva gli stilisti che non producevano niente di sensuale nella sua taglia. Viveva procurando vestiti scollati e giovanili. La sua vita era un eterno andirivieni al supermercato. Fino a che una volta di queste conobbe il tassista Juarez, cinquanta anni ben vissuti e malato per le grassocce. Fu passione a prima vista.

Juarez la invitò in un bar, ma con il pretesto di aiutarla nella spesa finirono a letto nello stesso pomeriggio. Juarez estasiato dalla mole del seno, dal sedere generoso, cosce prosperose, si sentiva un bambino al luna-park. Delizie delle delizie. “Lenina” con la libido fuori di controllo per il lungo digiuno, non dava tregua al tassista, voleva tutto di più, senza tante frescure.

Cominciando la terza, Juarez chiedeva tregua, acqua, qualunque cosa che lo salvasse dalla maratona: - Mia figlia…ho bisogno di lavorare…vengo più tardi... continuiamo… prometto… alla mia età. “Lenina” concentrata in un bocchino “ …e se lui non ritornasse?” Pensava e baciava, morsicchiava, spingeva da una parte e dall’ altra l’ uomo, scuotendo i capelli. Sembrava una leonessa affamata. Alla fine Juarez era sfinito.

Conseguì uscire dall’ appartamento della grassottella dopo sei ore di sesso selvaggio. Sciupato, sfinito, camminando a malapena. “Lenina” esultava. Che uomo! Magro, basso e pelato. Brutto…ma un animale da letto. Juarez cominciò a far visita nell’ appartamento della grassoccia tutti i giorni. Alla fine, la grassotella con le sue perversioni era un dato di fatto. Scopavano nella scala del palazzo, nella piazzetta, nel taxi, non avevano ne ora ne luogo. La vita era tornata a sorridere. C’era soltanto un problemino: Juarez era sposato e padre di cinque figli. Il taxi non era suo, viveva stentatamente, senza neanche sapere dove sarebbe stato sepolto.

Peggio, viveva chiedendo soldi in prestito all’ amante. Per il figlio malato, medicine per la madre e mille altre cose. Il fido esaurito, la carta di credito bloccata e il libretto di risparmio senza soldi, le discussioni diventarono una caratteristica. “Lenina” decise di terminare con il tassista. L’ unico problema rimaneva la carenza di sesso. Aveva svegliato la belva selvaggia del suo intimo. Soltanto pensava a scopare, scopare e scopare.

Decise di andare a fare shopping, si rilassò guardando le vetrine, cercando nei negozi, passeggiando, mangiando qualcosa e pensando in una soluzione. Coppie abbracciate uscivano dal cinema, passeggiavano mano nella mano. Sentì la mancanza di calore nella sua vita. La sera, Juarez giunse nell’ appartamento della donna. Sospettoso:

- Stai uscendo con un’ altro? Non posso credere che mi stai mollando… Quando mi chiederai di tornare non servirà. Tu non sei altro che una grassa, obesa piena di pensieri.

- Adesso sono grassa?! Prima ero paffutella, graziosa e deliziosa. Ho incontrato si, uno sicuramente più economico che non mi chiede soldi, che non mi fa arrabbiare o mi umilia. Te lo presento!

Aprì una enorme scatola mostrando, trionfante, un immenso vibratore dell’ ultima generazione. Il tassista guardò meravigliato l’ attrezzo in pieno funzionamento:

- Mi vai a sostituire con questo?

-Calma, il suo nome è Juarez. In tuo onore. L’ ho comprato oggi, sono infervorata per provarlo. Guarda come vibra bene, meglio di te Ju!

-Non puoi farlo. E’ molta crudeltà. Dicevi che mi amavi tanto e mi abbandoni per questo coso di gomma.
-Poverino. Sto morendo di compassione. Prima che mi dimentichi: Porca è quella che ti ha messo al mondo! Va a badare i tuoi figli, va...

Tutte le notti “Lenina” gioca con il suo Juarez, silenzioso e devoto. Il cassetto del comodino traboccante di batterie. Non ha smesso di cercare il grande amore. Perlomeno si sente appagata… può scegliere con calma.



Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)
Tratto dal libro: “Meninas Malvadas”

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giovedì 9 aprile 2009

Silenzi






Cammino avvolta di nubi gelate. Tante nostalgie…
Vago dove persi la speranza e non raggiungo le lettere.
Foglie al vento forte, autunno maculato di marrone, scalpello d’ argento…

Luna chiara, specchio senza stelle, solitudine che tradisco con sogni
Tanta distanza e ricordi! Come sento la mancanza della tua risata… Mani forti, stretti abbracci, letto condiviso con amore.

Oggi ho visto l’alba nell’ oscurità e sussurato lamenti… al tempo. Ho cercato e non ho incontrato niente… eccetto che il vuoto del silenzio.

Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)

Solitudine a due in tempo di crisi.



La crisi finanziaria sta influenzando vari aspetti della vita quotidiana. Se prima sognavamo con viaggi e cene a lume di candela, oggi tentiamo di evitare pignoramenti e pendenze. Fino a che punto una relazione è sufficientemente forte per superare tanta crisi? Comincia con i pagamenti in ritardo, discussioni all’ ora di spuntare le voci della carta di credito, chi ha speso di più e le interminabili giustificazioni.

La coppia non riesce a spegnere il meccanismo della preoccupazione e il peso dei debiti. Il clima romantico non sopporta la pressione e la rottura è naturale. Ognuno mette insieme un mosaico di pesi e misure. Esiste la paura di iniziare un dialogo e cominciare una lite, il panico di esporre i sentimenti ed essere respinto. Molte donne affermano che i problemi finanziari concludono la vita sessuale. Questa solitudine che arriva alla chetichella prende possesso realmente ed é ogni volta peggiore. Non saranno le alchimie di seduzione ad attrarre nuovamente il compagno.

Dividere le preoccupazioni e cercare di incontrare soluzioni è delicato. Per la propria natura emotiva, normalmente le donne aspettano dimostrazioni di affetto come forma di incentivo. Molte volte incontrano nient’ altro che il silenzio che percepiscono come accusa o trascuratezza. La coppia perfetta che da poco tempo ha vissuto in ottima armonia, oggigiorno bisticcia per la mancanza di soldi.

Non si può più fingere che la vita è rosea, bisogna lottare per difendere l’ affetto. Lo stesso che portò a convivere sotto lo stesso tetto non ha ne rate scadute ne interessi. Talvolta si sia perduto in un cassetto ma sicuramente faceva parte del piano iniziale.

L’ affettuosità non paga il conto al mercato ne conforta il cuore. Ma come il buon umore ringrazia! Un abbraccio forte vale molto di più quando ci sentiamo ridotti a pezzi. La mancanza di parole costa solo il sedersi vicinio e al massimo stringere la mano. Abbandonare le abitudini di uscire con gli amici, fare shopping e cenare in ottimi ristoranti non è facile. Può sembrare futile per qualcuno, ma non siamo qui per giudicare.

Al limite ascoltare senza esprimere pareri è già di molto aiuto a chi si lamenta. Non serve esprimere pensieri positivi e che giorni migliori arriveranno ad una persona che ha un’ ipoteca scaduta. Siamo nel momento di rispettare il silenzio e a poco a poco rimettere i pezzi al loro posto, lentamente, con cura perché affliggere è molto facile in questi momenti.

Sesso. Esiste un momento propizio nel quale la complicità e le tenerezze vinceranno la resistenza. Non esiste libido che superi le preoccupazioni con la mancanza di impiego, sopravvivenza e aspettative. Mai si videro tanti visi preoccupati e tristi camminando insieme.

Quando incontro qualcuno di loro, ricordo le ditte e le fabbriche, che tutti ritenevano solidissime. Coppie che sembravano esistere l’ uno per l’ altro, ritrovarsi nemici a causa della divisione dei beni. Tante storie raccontate da diversi angoli… L’ unica certezza è che esigiamo incontrare soluzioni isolate per riconquistare il compagno ed evitiamo gli aiuti. In ambedue le situazioni, stiamo lottando da soli. Il vecchio motto “ l’ unione fa la forza” ancora è valido.

Solitudine a due: momento nel quale non c’è più dialogo e sogni da dividere. La totale assenza di speranza, affetto, rispetto e amicizia. La certezza di giorni plumbei in tempi burrascosi e la paura di non sapere quando l’ incubo terminerà.

Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)

Testo originale: Solidão a dois em tempo de crise

lunedì 6 aprile 2009

Le Sragioni dell’Amore -Carlos Drumond de Andrade


Io ti amo perché ti amo.
Non serve che tu sia amante,
e non sempre sai esserlo.
Io ti amo perché ti amo.
Amore è stato di grazia
e non si paga con amore.

Amore si dà gratis
si semina nel vento,
nella cascata, nell'eclissi.
Amore sfugge ai dizionari
e ai regolamenti vari.

Io ti amo perché non amo abbastanza me.
Perché amore non si scambia,
non si coniuga, né si ama.
Perché amore è amore di niente,
felice e forte in se stesso.

Amore è cugino della morte
e della morte vittorioso, per quanto lo uccidano (e uccidono)
ad ogni istante d'amore.


(traduz. Tiziana Tonon)

sabato 4 aprile 2009

Silêncios - Giselle Sato




Caminho envolta em névoas geladas. Tantas saudades...
Vago onde perdi a esperança e não me alcançam as letras.
Folha ao vento forte, outono matizado em marrons, cinzel de prata...

Lua clara, espelho sem estrelas, solidão que disfarço em sonhos
Tanta distancia e lembranças! Como sinto falta da tua risada...
Mãos fortes, abraços apertados, leito compartilhado com amor.

Hoje amanheci na escuridão e sussurrei lamentos...Ao tempo.
Procurei e não encontrei nada além... Do vazio e silêncio.

Un grande amore….


Ricordi, nostalgie, ferri e fili
Formano antichi gomitoli al forte vento
Vicende dimenticate,polvere del tempo
Gesti, risa, pensieri arditi

Modellando l’amore in soffici nuvole
Essenza morena in dolci promesse
Lettere scambiate,strappate,vissute
Verità e falsità non pesano
Mai

Mi sono svegliata nel miscuglio di sole, luna,stelle...
E ho trasformato la tua vita nel mio cammino
Abbiamo percorso vie strette, stradine,
Parchi, città e grandi viali
Nel tuo corpo, voce, odore e piacere

Circuito il vuoto dello sconforto
In risate dissimulate, ebbre, testarde
Ho seminato, ho ballato, ho perdonato, ho abbracciato…
Ho amato troppo.
Il tempo ha ingannato gli anni e li ha portati via

Foto
Nostre musiche
Gioventù
Colori e sapori
Bramosia
Impetuosità
Abbandono
Tanti sogni
La certezza

Io e te mai siamo stati noi.

Giselle Sato ( trad. Maurizio Gennari)

venerdì 3 aprile 2009

Varenna, La Perla del Lago di Como


Il lago si estendeva fino all’ orizzonte, lontano le montagne svizzere con le cime coperte di neve. Piccoli paesi creavano un paesaggio unico. Idilliaco. Il silenzio rotto dalle onde che battevano sulle pietre, quasi una musica, il campanile della chiesa scandendo le ore con rintocchi perfetti.

Seduta sul molo non riuscivo a staccare gli occhi da quell’ azzurra immensità, trasparente in silenzio e pace. Varenna, lago di Como, nord dell’ Italia. Cigni e anatre nuotando tranquillamente con i piccoli. Simpatica processione, che incanta i passanti di tutte le età.

Sempre questo luogo mi ha dato l’ impressione di un pezzettino di mondo ben custodito, tutto meravigliosamente antico e tradizionale. Palazzi ben conservati, marmi e vernici autentiche. Strade di pietra piene di strettoie e salite, negozietti di souvenir e gelaterie mostrando i sapori.

Le barche si allontanano a intervalli regolari per i villaggi vicini, sono lente a sufficienza perché il tragitto sia apprezzato con tranquillità. Danno vita ad un sentiero di schiuma sulla superficie dell’ acqua, i raggi del sole sembrano bagliori dorati.

E' bello mangiare un panino alla mortadella, seduta sulla panchina dei giardini di fronte al lago. Poi lanciare le briciole ai pesci e rimanere ad ammirare il sole. La sensazione assoluta della maestosità della natura, di essere parte per istanti di uno scenario perfetto, di un attimo giusto di comunione con ogni cosa.

Distesa sul letto enorme e accogliente osservo il lago: la punta dei pini e il chiaro di luna illuminando la baia, toccando l’ anima del poeta nascosta in noi che non osiamo liberare. Le grandi finestre lasciano entrare la brezza frizzante, trascinando gli aromi dell’ alba. Mi piace il baule dell’ inizio del secolo e la piccola specchiera. Indugio pensando a quanti volti già vi furono riflessi.

Porto Piccolo. Un punto dove attraccano le piccole barche trasportando i promessi sposi e gli invitati ai matrimoni. E’ una tradizione sposarsi nella piccola chiesa del luogo. Bella nella sua semplicità. Velando i segreti del tempo in milioni di ricordi. Varenna. Chiudo gli occhi e posso sentire il legno sotto i miei piedi mentre cammino fino alla punta del molo.

E’ li che vado quando la vita è complicata e ho bisogno di ispirazione. Una sensazione ottima, sempre arriva accompagnando la nostalgia. Quasi felice rinnovo le speranze e seguo innanzi.


Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: Varenna

mercoledì 1 aprile 2009

A primeira vítima- Giselle Sato




Alice apertou as faixas em volta do abdome inchado,tentando esconder a barriga de quase oito meses de gravidez, mal podia respirar. Temia a sociedade londrina, austera e impiedosa.
A mulher vivia em um cortiço no bairro pobre de Whitechapel, área de prostitutas e bandidos.

Se a senhoria desconfiasse de qualquer deslize seria expulsa e jamais conseguiria outra vaga. Planejava trabalhar mais uma semana e ter a criança, cujo destino seria a roda dos enjeitados.
Por mais dura que fosse a vida em Londres, não queria terminar os dias arando terra e cuidando de porcos no interior da Inglaterra.
As jarras pesadas de cerveja preta eram um tormento. Enchia as canecas, servia os fregueses, recolhia os vasilhames sujos e passava ligeiramente em uma tina de água encardida. As mãos doloridas e esfoladas. O patrão, do alto do balcão, gritava com as moças e exigia mais rapidez nas tarefas.

No velho Pub Ten Tells, os homens bebiam sem parar. Aos poucos as vozes aumentavam. Algumas discussões começavam do nada e sempre acabavam em briga. Piadas sujas eram repetidas inúmeras vezes. Mãos atrevidas tentavam tocar as ajudantes de salão.
Sarah recebia as melhores gorjetas. Ela não se importava de sentar no colo dos bêbados ou exibir os peitos caídos, Alice recusava. Algumas vezes, Sarah ia para o beco dos fundos e por alguns xelins recebia vários homens. O patrão fingia não perceber em troca de favores gratuitos no final da noite.

Três horas da madrugada e Alice ainda varria o chão e limpava as mesas. Dois relutantes bêbados urinavam na calçada e riam descontrolados. Um vizinho irritado, atirou uma garrafa de um prédio próximo. Silêncio.
Chovia e a temperatura havia caído muito. Os pés de Alice estavam dormentes e o corpo doía. Mal acreditou quando atravessou a porta da rua e respirou aliviada por haver cumprido mais um longo dia.
O bairro escuro e mal freqüentado estava vazio. Não tinha medo, preferia voltar sozinha à companhia das colegas de trabalho. Uma viela fedorenta, mais dois quarteirões e estaria em casa.

Mãos surgiram das sombras. Pesadas, em torno do pescoço e da boca. Apertavam com força obrigando a entrega. O som das roupas sendo cortadas pela lâmina afiada,o sobretudo de lã roçando a pele exposta, o cheiro da colônia cara, os sentidos captando cada detalhe.
O homem parou quando as últimas faixas foram arrancadas. Surpreso, tocou a barriga da mulher com a ponta dos dedos. O corpo frágil foi atirado ao chão:-Falsa! Pecadora imunda! Como se atreve a tentar me enganar? Ainda serás castigada!

Foram as únicas palavras. Os passos afastando-se na madrugada, deram-lhe forças para se arrastar até a parede úmida.
Mal embrulhada no velho xale, conseguiu chegar ao quartinho acanhado e juntar os poucos pertences.
O dia amanhecia quando Alice chegou à estação de trem. Precisava embarcar e tentar esquecer todo o horror sofrido. Ir para bem longe da cidade que abrigava o monstro.
O cheiro almiscarado jamais seria esquecido. O toque das luvas macias, a dicção perfeita, marca inconfundível da nobreza.Tudo naquele homem indicava poder.
Alice sentia que se procurasse a polícia em busca de proteção, seria uma mulher morta. Ele a encontraria onde quer que fosse, atribuía ao desconhecido poderes sobrenaturais.

Quando sentiu o trem deslizando nos trilhos, respirou aliviada, afastando-se cada vez mais rápido, para bem longe do mal.
Londres iniciou um ciclo violento de crimes bárbaros naquela noite. Um conhecido maníaco de nome Jack assombraria por algum tempo cada beco mal iluminado, transformando o pesadelo mais temido em realidade macabra.

martedì 31 marzo 2009

Mundos Paralelos





Ao longo da linha do meridiano, somam-se vagas. Percorrendo oceanos, arrebatando sentimentos.

Fluindo em correntezas paralelas, tomando direções opostas.Consumindo as horas mortas na distancia e solidão.

Luz e escuridão permeiam horizontes sem fim.


Agonia! Bálsamo profano ardendo em luxúria. Ventos e abismos brotam em crescente...fúria!

A eternidade é conjurada no leito sagrado. Rotas se complementam e se perdem.

Em goles ávidos tomam o fel dos vícios.


Incontroláveis Desejos Inconfessáveis

Impulsos Desvios Indecentes

Infinitas Dores Imorais



Queimam no fogo proibido. Amor que os tange em círculos....

A única certeza: Todas as linhas de meridianos se entrecruzam nos pólos.

Giselle Sato

lunedì 30 marzo 2009

Anais Nin





''Non voglio essere il leader. Rifiuto di esserlo.
Voglio vivere beatamente e oscuramente nella mia femminilità.
Voglio un uomo sopra di me, sempre sopra di me.
Il suo volere, il suo piacere, il suo desiderio, la sua vita, il suo lavoro, la sua sessualità la priorità, il comando, la mia guida.
Non m'interessa lavorare, conquistare il mio spazio intellettualmente, artisticamente; ma come donna, oh, Dio, come donna voglio esser dominata.
Non m'interessa che mi si dica che devo stare in piedi da sola, né che devo aggrapparmi a tutto ciò che sono capace di fare, ma voglio essere catturata, scopata, posseduta dal volere di un maschio a suo piacimento, a suo comando."
(Anais Nin)

lunedì 23 marzo 2009

Tempo di addii




Il tempo ha voltato pagina e ha concluso la storia, non sogno più a lieto fine.
Il vento ha mutato di direzione e le candele si sono arrese comprensive, non si può lottare contro la natura.
La pioggia è caduta dopo il calore intenso, durò qualche istante e cessò frettolosamente. In pochi secondi era niente più che un tenue ricordo. Fuggevole e fastidioso.
Ho capito l’ addio e non dissi nulla. Mi accorsi che le ombre ti servivano da guida nei cammini oscuri dell’ amore.
Ho scoperto le carte e ho perso il giro, la bibita forte è scesa graffiando la gola stanca di chiamare il tuo nome.
Tu non eri né pronto né vicino o sufficiente. Mai ho baciato il tuo sorriso o ho camminato mano nella mano per le strade deserte.
Ho chiuso porte e buttato ricordi dalla finestra. Frammenti della nostra vita caduti dal dodicesimo piano. Ritratti strappati in piccoli pezzi sparsi sul marciapiede bagnato.
Passerà.
Ancora una settimana e dimenticherò anche i più piccoli dettagli.
Passerà.
Ancora un mese e sarò più forte.
Passerà.
Tra qualche mese sarà appena un ricordo gettato in un angolo dimenticato del mio cuore.
Passerà perché il dolore non è eterno. E tutto passa…
Anche te.

Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)

Testo Originale: Tempo de Despedidas

venerdì 20 marzo 2009

Jogos Perigosos- Swing...




Quase uma hora da manhã e nada do Léo. Ajustei a sandália de tiras amarradas nos tornozelos pela décima vez. Finalmente escutei o som da buzina e corri para o portão:- Atrasado!
- Linda! Você está demais, muito sexy neste vestidinho safado.
- Estou queimando por dentro...Quero me acabar esta noite.
Ri enquanto ele dirigia e apalpava minhas coxas grossas:- Sabe que vão ficar malucos com seu tipo. Começando pelos peitos enormes. Tudo em você é demais! Bocão, bundão, coxão....Durinho, macio...Cheirosa, gostosa...
- A natureza me favoreceu mas a manutenção é dureza. Conte mais desta casa nova.
- Estamos quase chegando. Você vai adorar, tenho certeza. Animada?

Peguei a mão de Léo e deixei que ele sentisse a umidade da minha calcinha. Ele riu, deslizou um dedo e testou o sabor . Minha primeira experiência em casas de Swing foi um desastre. Léo me convenceu que desta vez , seria tudo diferente, sem clima de posse e ciúmes.
O casarão ficava no sofisticado bairro da cidade mais conservadora do país. Só de imaginar o que aconteceria por trás dos grandes portões, senti crescer a ansiedade. Deixamos o carro com o manobrista e subimos os degraus da imponente fachada. O lobby era lindo, fomos recepcionados com discrição e que guardamos nossos casacos e bolsa.

O andar de cima oferecia vários ambientes e passeamos pelo corredor quase vazio. Quis conhecer os quartos principais: Dark e Blue. Entramos em um quarto pequeno e escuro. Várias mãos anônimas nos tocaram ao mesmo tempo. Aos poucos conseguíamos visualizar alguns vultos nas sombras...Brincamos um pouco e gostei de ser apalpada de tantas formas. Lentamente deixamos o dark e entramos em outro ambiente.

Bem maior e aconchegante, além de uma cama imensa no centro do quarto, haviam vários nichos com poltronas confortáveis e intrigantes. Um casal exibia-se em várias posições e quis experimentar. Meu parceiro levantou meu vestido, desci as alças deixando o tecido fininho enrolado na cintura. Encostado na cadeira, inclinei o corpo para frente oferecendo os seios, neste momento, senti um membro duro encostando e me empinei toda. Olhei para trás e gostei de imediato, trocamos um olhar e ele afastou minha calcinha. Eu estava muito excitada vendo meu parceiro sendo acariciado por uma outra mulher. Ela começou um boquete e ele parecia nas nuvens...Enquanto isso eu sentia o membro enorme entrando com firmeza. O anônimo parceiro era meu primeiro homem negro. A fama fazia jus e ele além de bem dotado era lindo! Todo definido e musculoso. Movimentando-se com vontade, apertava meus seios enquanto observava o outro casal. A mulher lambia Léo com os olhos fixos no homem e ele estava cada vez mais aflito. Terminamos quase ao mesmo tempo e eles foram embora de mãos dadas. Não trocamos qualquer palavra:- Gostou das boas vindas? – Léo sorriu e nos beijamos.
- Eu?...Eu gostei muito! Ainda estou tremendo ...Foi incrível... Que homem!
- Falei que era alto nível...Não quebre as regras da casa e será sempre bem recebido.
- Já sei!...Usar camisinha sempre...Sexo só nos ambientes permitidos e respeitar escolhas- Recitei em tom de zombaria...Arregalando os olhos feito menina travessa.
- Nossa! Que aluna mais aplicada... Merece um prêmio.
- Vou pensar professor...Até o final da noite te digo...Prepare-se!

Outro ambiente mais tranqüilo para relaxar um pouco. A sala era bem mais arejada e espaçosa. Grande e confortáveis poltronas espalhadas e alguns casais em variados estágios de entrosamento. Ficamos observando algum tempo. Decidi colocar as penas no colo de Léo, a esta altura nem sabia onde estava a calcinha... Recostada dobrei um joelho e comecei a balançar uma perna, abrindo e fechando... exibindo-me enquanto Léo alisava minhas coxas.

Uma mulher bem mais velha aproximou-se e ajoelhando-se aos pés de Léo, deixou clara sua intenção. Meu parceiro expôs completamente meu sexo e ela colou a boca na vagina úmida. Gemi sentindo a língua experiente sugando cada dobrinha. Ela gostava realmente de chupar uma boceta. Dava para sentir o prazer em cada passada de língua por toda a extensão até enfiar-se inteira. Um mini pênis duro tentando ir mais fundo... Quando sentia que ia gozar, ela diminuía e soprava de leve....Uma agonia tão intensa que praticamente implorava para que ela não parasse:- Está gostoso...Não pare assim...Me deixa gozar!...Porra! Que loucura... Pára!...Não! Não pára...Não sai agora...Ai! Por favor...Deixa...Deixa....
Queria puxar aquela boca pra dentro de mim...Aquela mulher me dominou completamente. Quando senti o orgasmo chegando, veio tão forte que meu corpo inteiro estremeceu...Eu gozava...Gozava e ela sorvia cada gota, transformando o simples, em uma sucessão de prazer incontrolável. Perdi a noção... as contas das vezes em que gemi tão alto que alguns casais pararam pra observar... Meu primeiro orgasmo múltiplo...Nunca imaginei que fosse possível... Mas aconteceu!
A mulher me deixou largada no sofá e aproximou-se de um homem grisalho e atraente que estava acariciando Léo....

Dois homens fazendo sexo é muito gostoso de assistir. A mulher que havia acabado de me dar tanto prazer, beijou o homem longamente. Sentou-se no sofá e ficou tocando o parceiro enquanto Léo roçava o pau duríssimo na bunda do homem. Em alguns minutos eram um trio: Léo movimentando-se com vontade, agressivo como nunca...Olhos fechados e contraídos. O homem gemia a cada penetração mais forte e era estimulado no mesmo ritmo pela parceira. Léo demorou bastante até conseguir gozar...Quando terminou deixou a sala sem me encarar.
Encontrei meu parceiro no Bar, bebendo uma cerveja em uma mesa afastada. Pedi uma vodka e abri um sorriso para quebrar o clima:- Oi amor... Lindo este bar...Aliás, tudo aqui é bonito.
- Janna, o que aconteceu... Não quero que pense...
- Não penso nada meu bem...O que acontecer aqui, fica aqui...Não foi o que combinamos?
- Não sou viado... Não quero que fique pensando coisas...
- Léo... Foda-se este papo de ser isto ou aquilo. Se você gostou de comer aquela bunda...Problema seu!... Sem culpas!...
- Desculpa, você é demais sabia? É a primeira vez que algum amigo sabe e fiquei nervoso. Venho freqüentando algumas saunas...Faz algum tempo... Mas gosto de mulher...Entende?
- Me conta uma coisa?
- Ah! Já sei... O que tem de melhor? Toda mulher pergunta a mesma coisa!...Este papo de ser mais apertadinho é besteira, você é bem apertadinha...Não é isso! É o proibido, sei lá...Dá mais tesão, não sei explicar...Porra! Que conversa mais boba...
- Estamos perdendo tempo...Vamos conhecer outras salas? Ou a noite terminou pra você?
- Mulher! Ainda tem muito pra curtir...Vamos nessa...

Consultei o relógio e já eram quase quatro da manhã. Com certeza seria nossa despedida da casa e queria que fosse especial. Vim para uma troca e até o momento não tinha acontecido. Percorremos algumas salas e o movimento ainda era intenso. Ficamos de mãos dadas assistindo três mulheres lindas transando em uma cama imensa. Outros casais também estavam parados, fascinados com a desenvoltura das três que praticamente se devoravam. Léo me abraçou por trás e ficou roçando o corpo...Apalpando e mordicando minha nuca. Uma das alças do vestido deixou à mostra um seio. A moça que estava ao nosso lado, tocou o bico e nos olhamos alguns segundos. Um beijo longo foi o passo seguinte para a aproximação. Os dois homens ficaram apenas observando enquanto trocávamos beijos e carinhos.

Saímos da sala para procurar um quarto íntimo. Várias tentativas e finalmente encontramos um livre. Cama imensa, lençóis perfumados... Nada parecido com um motel comum. Como se houvéssemos combinado, tiramos nossas roupas e deitamos juntas... Nossos parceiros trocaram as posições e ficaram apenas nos alisando... Já tinha ficado com uma mulher e gostado muito. Léo estava louco por ela e eu também. Começamos uma disputa meio que de brincadeira....Lambíamos cada pedacinho do corpo juntos, ela estava adorando tanta atenção...Acabei perdendo para Léo que nunca fez tantas posições em uma única noite. Ela tinha uma flexibilidade alucinante.

O parceiro da moça estava meio abandonado... Parecia deslocado e era obvio que não tinham nada em comum. Comecei a achar que ia precisar de Léo. Descobri finalmente o problema do rapaz: Um pau pequeno e semi-flácido. Tudo estaria perdido se eu não adorasse um desafio...E decidi ser boazinha com o rapaz de olhos tristes. Comecei a lamber todo o pênis sem pressa... Coloquei tudo na boca e suguei com delicadeza... Imediatamente ele deu sinal de vida... Com muito empenho consegui que ficasse duro.
Ele começou a elogiar, tocar e apertar minha bunda. Entendi e me coloquei de quatro... Separei e relaxei para facilitar a penetração...Para ser honesta não doeu nada. Aproveitei bastante enquanto ele se deliciava. Léo assistindo nossa ‘’performance’’, quis fazer o mesmo... Só que as diferenças anatômicas eram gritantes. Saí da posição e fiquei deitada de lado.

Imediatamente senti o pau deslizar novamente para dentro e os movimentos recomeçarem. Léo entendeu e colocou a mulher da mesma forma, ficamos mais uma vez uma de frente para outra. Trocamos longos beijos enquanto Léo vagarosamente vencia a resistência. Ela deixou escapar um gritinho de dor e ele se acomodou...Logo gemia de prazer na minha boca...Percebi que Léo não estava afoito e movimentava-se dentro dela bem mais suave que da vez passada....Deixei os detalhes de Léo pra lá e me concentrei no momento. Tentamos gozar juntos mas o parceiro que estava comigo não esperou....De qualquer forma eu, ela e Léo ficamos juntos até o final. Depois de tudo terminado, os homens se esparramaram naquela modorra:

- Sou Janna.
- Liliane. Olha menina, nem sei como te agradecer...Este aí é meu irmão mais novo.
- Que isso?
- Não! Aqui só entra casal e ele é bem ...Você entendeu né?
- Tudo bem... Ele realmente não é dos maiores mas tem vantagens...
- Janna...Antes de ir... Quero te ver de novo, desculpe nunca pedi antes...
- Ia falar o mesmo... Aqui pertinho tem um lugar que serve um café da manhã delicioso.
- Eu conheço. Daqui alguns minutos...

Sorrimos e trocamos um selinho. Nossos pares acordaram refeitos e rapidamente nos aprontamos. Eu e Léo saímos primeiro e ele foi buscar nossos pertences. Estávamos um pouco cansados, tinha sido uma noite diferente e animada. Eu não podia deixar que Léo percebesse minha inquietação. No carro, quase não conversamos...Finalmente chegamos e ele desligou o carro: - Você é mesmo terrível! Muda...Não vai me contar nada?... Fingi o cochilo para adiantar seu lado...Que cachorra!
Não agüentamos e caímos na gargalhada, Léo realmente me conhecia melhor que qualquer outro. Ele sabia que eu tinha ficado doida pela menina:- ok.... Sou uma cachorra e vou tomar café com ela daqui a pouco.
- Tudo bem querida, só tenho um pedido ...
- Fique descansado...Assim que voltar te conto tudo....Nos mínimos detalhes.

martedì 17 marzo 2009

Duetto d’ amore


Io ti amo Amo al di la delle bugie Delle storie mal raccontate, delle scuse… Senza colpe. Io ti amo.

Io ti amo Amo, al di la delle verità Delle frasi ascoltate, discorsi Senza sorridere. Ti amo

E chi potrebbe giudicare: vero o falso? Accolto nel mio petto lui pulsa Buono o cattivo. Luce o oscurità Momenti, stati d’ animo Luna calante, quarto crescente.


E niente nascerà da tutto ciò L’amore non è niente per te E per me, è nient’ altro che dolore Bugie o risposte. Scegli Ma non chiedermi aiuto.

Non ho scelto di amarti, soltanto ti amo Cerchi,rimpianti,agonie Sogni e desideri senza fine
Lacrime e risa appassionate
Silenzi condivisi… Nelle tue braccia, abbracci forti
Sinceramente, preferirei non amarti.


Finisce dove comincia. La voce dice che non è colpa tua E tu chiedi scusa Per qualunque male tu mi abbia fatto Chi sono io per non accettare? In più ti amo, non dimentico Sinceramente preferirei non amarti.

Giselle Sato e Pedro Farias (trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: Duetos de Amor

lunedì 16 marzo 2009

Il profumo



Sentì l’acre odore di sudore mescolato al deodorante a buon mercato. La cameriera si intimorì con lo sguardo penetrante del cliente e lo servì rapidamente. Federico lasciò il sandwich nel piatto, concentrato sulla ragazzina sudata. Già da tempo aveva rinunciato a capire il perché di quella sua crescente percezione olfattiva.
Nella metropolitana si sentiva afflitto quando il vagone si riempiva. Pigiando tanto i corpi si sentiva stordito…rintronato. Viziato
Vizio che prese proporzioni gigantesche fino a trasformare la sua piccola e pacifica vita.

Il profumo della moglie provocò la fine del legame. Intensamente dolce, nauseante e soffocante. In più c’ era la donna di servizio assunta da poco.
Lei si, aveva il profumo della gatta in calore, un odore di muschio selvaggio impossibile da resistere. Rientrava prima dal lavoro per incontrare Rosina. Inventava lavori superflui per trattenere la domestica. Quel giorno le chiese una torta di cioccolato, la implorò in nome della nostalgia dell’ infanzia e lei accettò.

Nella cucina americana mal entravano e ogni momento s’ intralciavano. Rosina sentì il respiro caldo del padrone sul suo collo e sorrise.
Rizzando il sedere formoso e impennato. Federico non nascose l’ erezione. Rosina già da tempo aveva intuito l’ interesse non si ritrasse.
Fu l’incontro della fame con l’appetito. Li per li si trovarono avvinghiati sul pavimento del salotto, i vestiti strappati di dosso con la fretta di amanti disperati. Nuda, Rosina era toccata con dolcezza, annusata in tutte le fessure con un piacere mai visto. Eccitata all’ estremo, bramava la penetrazione che non si verificava:- Scopami, ho una gran voglia…Vieni qui….

Provò a toccare il cazzo ma lui non permise, conquistò una leccata ma fu scostata con
fermezza.
Tentò in tutte le maniere e l’uomo non chiedeva niente di più che sfregare le narici sul suo corpo vibrante di tensione. L’ odore di Rosina era sufficiente. Irritata e insoddisfatta, decise di andarsene. Federico al contrario, era felicissimo e non gliene importò quando udì lo sbattere della porta.

La ragazza uscì dall’ ascensore imprecando. Quando vide il portinaio non si controllò nel raccontargli i particolari più schifosi. Nello stesso giorno il palazzo ne era al corrente. Federico dovette cambiare rione.


Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: O cheiro

domenica 15 marzo 2009

Ho fame della tua bocca


Ho fame della tua bocca, della tua voce, del tuoi capelli
e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso,
non mi sostiene il pane, l'alba mi sconvolge,
cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.
Sono affamato del tuo riso che scorre,
delle tue mani color di furioso granaio,
ho fame della pallida pietra delle tue unghie,
voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.
Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,
il naso sovrano dell'aitante volto,
voglio mangiare l'ombra fugace delle tue ciglia
e affamato vado e vengo annusando il crepuscolo,
cercandoti, cercando il tuo cuore caldo
come un puma nella solitudine di Quitratúe.


Pablo Neruda

sabato 14 marzo 2009

Taras e Confissões


Retoquei o batom e saí apressada. Uma ajeitadinha no cabelo e a última olhada no espelho. Faltou o sorriso, imediatamente corrigi a falha. Neste negócio é preciso passar energia e entusiasmo.
Adoro trabalhar no aquário. Chamamos o quarto de ‘’voyeurs’’ desta forma. Parece fácil, mas a inexistência do contato físico não simplifica nada. A casa é bem freqüentada e perfeita para realizar fantasias. Todos os desejos tem um preço.

O castelo tem clientela fixa e uma ‘’Rainha’’ conhecida no mercado. Fora a reputação de material de primeira, ela garante total anonimato. E não mede esforços para proporcionar o melhor, sempre o melhor.
As pessoas que frequentam a casa, não estão preocupadas com o que vão gastar... e Regina sabe disso.

Minha agenda está completa.Meu primeiro cliente acaba de entrar na sala. Hoje estou usando um conjunto preto, meia-taça e calcinha pequena. A camisolinha transparente é puro fetiche.
Saltos altos e peruca ruiva. As lentes de contato me deixam com cara de gata gulosa. Imensos olhos delineados com muito lápis preto. A maquiagem pesada é essencial. Ele quer um ‘’streep tease’’ bem sensual. E uma dançarina com jeito de vagabunda.
Hora de abrir a vitrine. Sei que é uma janela imensa , mas gosto de pensar desta forma. Um vidro nos separa; protege e ao mesmo tempo, liberta qualquer censura:

- Oi Aninha, está linda hoje...dança pra mim?

Um cliente habitual. Sempre me chama de Aninha e pede as mesmas coisas.
Enquanto vou tirando as peças e toco meu corpo, tenho tudo sincronizado. Movimentos ensaiados e provocantes.
A parede transparente, permite que eu veja. Este cliente gosta de olhar e exibir a masturbação.
Quando preferem ficar ocultos, usamos um segundo vidro e apenas o observador assiste.

Vários tipos de ‘’dildos’’, estão expostos em uma mesinha. Começo pelos pequeninos. De pernas bem abertas, vou trocando de tamanhos e formatos. Todos previamente lubrificados; sei que ele está ansioso. Demoro o tempo correto, a hora está paga e deve ser cumprida.
Finalmente um monstruoso duplo, nada confortável. Ele geme de prazer, apreciando enquanto enfio o pedaço de borracha na frente e atrás.

As pernas apoiadas nos braços da poltrona. A peça demora um pouco para ser completamente acomodada. O puto, delira observando ...ligo o vibrador.
Finjo o primeiro orgasmo com perfeição , enquanto aquela coisa pulsa. Capricho nos gemidos, simulo outro gozo e ele termina. Lentamente retiro o ''duplo'', dou um sorrisinho e saio do quarto. As pernas bambas e a bunda dolorida.
Normalmente atendo cinco clientes. Mas dependendo da sorte, um habitual pode reservar todo o tempo.

Gosto do que faço, aprendi a me masturbar sozinha, aos sete anos. Levei umas chineladas e minha avó ficou apavorada. Entendi que ‘’aquilo’’ era para ser feito às escondidas.
Sexo para mim é como beber água, natural e necessário. Ao mesmo tempo, sou capaz de passar longos períodos sem gozar. Parece estranho, mas é possível ter relações sexuais todos os dias, várias vezes ao dia e nenhum orgasmo. E com os clientes? Posso afirmar, que nunca senti nada. Contudo, todos eles, saíram jurando que me deram muito prazer.

Enquanto tomo um banho demorado, os empregados arrumam o quarto. Visto o uniforme completo de normalista. Prendo os cabelos em um rabo de cavalo. Sem maquiagem, a saia pregueada na altura os joelhos. Meias e sapatos estilo boneca.
Deito na cama enfeitada de bichos de pelúcia e almofadinhas. Um senhor idoso acompanha cada movimento, está satisfeito com o cenário. É cliente antigo, dizem que foi diretor de uma grande colégio...

Tudo é previamente combinado. Uma colega entra no quarto, vestida da mesma forma. Ficamos trocando carinhos e beijos no rosto. Desta vez, vou ser a coleguinha tarada, tentando seduzir a amiguinha.
Coloco a mão no joelho da moça, vou deslizando por baixo da saia, ela recusa. Finalmente, um beijo de verdade, longo e molhado.
Desta vez, levanto a saia e deslizo até a calcinha cor de rosa. Rendada. Ela suspira e tenta impedir, mas um dedo já está dentro dela, mexendo...

Ela recua, apoiada nas almofadas. Gemendo como um gatinho no cio, deixa-se tocar, suspirando cada vez mais alto. Solta gritinhos quando arranco a calcinha e delizo entre suas pernas.
Apoiando o rosto na parte interna da coxa; forçando a língua e lambendo cada cantinho. O tempo todo, temos a preocupação, que ele assista todos os movimentos.
A outra menina tem uma flexibilidade surpreendente. Consegue ficar em posições onde expõe completamente o sexo. Ele adora a parte em que nos esfregamos. Solta grunhidos de satisfação. Fica estalando a língua, fazendo mil ruídos...
Terminamos a cena com um beijo fraternal, vestimos o uniforme e deixamos o quarto de mãos dadas. Karla é uma velha amiga. Está nesta para pagar a faculdade, o jeitinho de menina, é sempre muito solicitado:

- O que aconteceu? Não devia estar atendendo? Nem acreditei quando te vi entrando.

- Tem um cara pegando no meu pé. Regina mandou trocar com Andréa.

- Ótimo. Vamos dar um tempinho e relaxar. Você atrai cada tipo!

- Nem me fale...banho de espuma?

- Banheira de hidro!


Normalmente penso que sou uma atriz. E estou interpretando o papel de puta. Esta é minha fantasia. As meninas brincam que posso ser uma estrela pornô. Não é o que desejo.
Fiz cursos de teatro, tentei a carreira de modelo, não consegui nada expressivo. O convite de Regina foi irrecusável. Em dois anos, montei um excelente apartamento e comprei um carro zero. Vivo bem, gosto do que faço e do dinheiro que ganho.
Duas horas depois, Regina me chamou ao salão:- Oi querida, estou com um fixo importante e quero uma menina experiente. Cancelo o resto, que parece?

- Quem é o cliente?

- Ravel. Você sabe as regras.

- Nunca recuso seus pedidos. Quanto tempo?

- Ele já está sendo preparado. Esqueci um detalhe primordial . Ele quer estrear o novo brinquedinho.


Ela riu e saiu sem se despedir. Ainda é muito bonita. Idade indeterminada e muitos tratamentos. Regina tem o dom de intimidar qualquer pessoa. É um misto de postura e poder.
Falando muito baixinho, ela comanda. Não pede, exige e ordena. Não é nem um pouco tolerante. Odeia erros. As meninas pisam na ponta do pé, quando ela está aborrecida. Nunca tivemos problemas, faço a minha parte e ela paga.
Cinco escravos, observam o movimento. Usam coleiras, são como sombras atrás da dona. Eu procuro ignorar as figuras tristes. Não é a minha e não tenho nada contra.
Se eles desejam humilhação, Regina é mestra na arte. Eles veneram o chão por onde ela caminha. São leais e moram na casa.

O quarto exibe a cama de casal coberta de plástico transparente. Ravel é um sujeito grandalhão. Alto e gordo. Incrivelmente branco e limpo. As sobrancelhas são os únicos pêlos que mantêm.
Está completamente envolto em fita-filme. Como um casulo, apenas o espaço suficiente para os olhos e nariz. Até a boca está coberta, por uma camada mais fina, o que o impede de fazer qualquer ruído.
Borrifo bastante talco na calcinha de látex. Tenho alguma dificuldade, um enorme pênis, também em látex está acoplado. Caminho lentamente até o grande embrulho, ele observa....

Usando luvas, acaricio todo o corpo gigantesco. Ele bufa, contorcendo-se e suando. Desta vez devem ter usado muita fita-filme. Ele está praticamente imobilizado. Vez por outra, pressiono com força o peito na altura dos mamilos.
Uso uma tesoura e abro espaço na altura do púbis liso. Um membro pequeno e flácido surge, toco com a ponta dos dedos. Borrifo talco e inicio uma masturbação. O prazer consiste no atrito da luva de látex com a pele exposta. A resposta surge tímida , aos poucos ele corresponde, estremece e goza.

O homem dá sinais que deseja rolar de bruços. É a parte final e a mais trabalhosa. Apesar da ajuda ele está completamente enrolado em plástico. Novamente, uso a tesourinha e recorto um grande espaço na bunda carnuda.
Sem um pingo de dó, enfio o ‘’dildo’’ de uma só vez, ele treme em espasmos. Tudo que faço é exigência dele, não ouso mudar nada, apenas obedeço.
Aumento a velocidade e continuo movendo bem fundo. Neste momento, eu arranco o pedaço do plástico que cobre a boca. Ele geme, implora que eu enfie com mais força. O material é bem flexível e macio. Mesmo assim, movimento o quadril com toda a força.
Quando goza ou sente-se satisfeito, ele manda parar. Desço e saio do quarto rapidamente. Uma colega passa por mim e mostra o chicotinho: - Ravel hoje está impossível!

Tiro a ‘’calcinha-pênis’’ e entrego para limpeza. Tudo que foi usado é esterilizado em mil rituais. Este cliente tem verdadeiro pavor de germes e contaminações. Estranhamente, dizem que é médico e cientista.
Pego a bolsa e finalmente meu dia terminou. Dou uma olhada rápida no salão e está cheio de gente bonita . Homens e mulheres bebem, conversam, combinam nos reservados os pequenos detalhes. Parece uma reunião em uma casa linda e requintada.

Regina está sentada em uma poltrona estilo império, cercada de admiradores. Um dos servos, enroscado aos seus pés. Todos parecem alegres e satisfeitos. Uma amiga oferece uma taça de vinho. Recuso e agradeço. Saio apressada.
Namoradinho novo, jovem e tenro. Marcamos na porta da faculdade. Segundo encontro, ainda não decidi se vamos transar... talvez outro dia, hoje só quero beijo na boca e muito carinho.

Amanhã....é outro dia...

venerdì 13 marzo 2009

Feticcio





Mise di seta, feticcio nelle tue mani
Pelle tiepida, il tuo aroma, um bacio scorre sul collo
scivola la lingua inumidita sul mio collo e si perde
vengo nella tua bocca con un desiderio represso
Ti abbraccio con le mie gambe e ti declamo
Bevo il tuo gemito che sgorga
Dentro di me
Ritmo
Senzazione
Eccitazione
Posizione
Stimolo
Brivido lungo la schiena
Spasimo
Fervore
Amore
……Rilassa




Giselle Sato (Trad:Maurizio Gennari
)

Testo Originale: Camisola de Cetim

giovedì 12 marzo 2009

Me conquiste



Te espero...Vem!
O mel do cálice
escorre em desafio

Prove o sabor da conquista
desfrute a doçura sem limites
da entrega submissa. Premissa!

Quebre as resistências fugidias
Conduzindo os caminhos
Senhor do básico instinto

Beije a boca sorvendo a alma
Em pequenos goles de prazer
desnude o corpo e segredos

Nunca revelados.




Giselle Sato

Tradimento


Il desiderio affligge. Castiga con tormenti l’ abbandono.
Il corpo caldo, ansioso, offre asilo, trascina al pericolo, analizza i limiti e soffre.
Solitudine.
Zittisce l’ alba, le sue mani forti toccano, procurano, pretendono e invitano.
Chiudi gli occhi, lasciati guidare, fidati, sono avida di piacere, pronuncia il mio nome mille volte fino a che non scopro le tue falsità.
Paura. Che mi rubi i vizi.
Vizi. Che mi fanno schiava dei tuoi segreti.
Segreti. Che sono unicamente feticci.
Feticci. Che mi fanno tua, appassionata senza limiti.
Limiti. Che disperdo nella tua bocca, gemendo in sordina, molto più del dovuto.

Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: Meu Viçio








Parole in Emozioni


Min:
:Sec

Felina


Felina

Quero um homem que me faça sentir
A vida inteira em um segundo de prazer
Fêmea atrevida, indomada, instintiva
Sentimento forte sublimando a paixão

Cio

Que saiba que tem nas mãos uma mulher
Que usa, abusa, escolhe, acolhe e recusa
Senhora que tem o reino entre as pernas
E sabe como ninguém barganhar a posse.

Segredos

Quero um homem que me sacie
A urgência em experimentos plenos
E faça do meu corpo abrigo e templo
Dos sentidos da pele, cheiro e sabor

Desejos

Que respeite meu silencio e inconstâncias
E que não me cobre mais que eu possa dar
Quero aquilo que me pertence desde sempre
Pela liberdade da libido inebriada em cores


Embriagada em gozos e devaneios
Tomo, reclamo, conquisto, insisto...
Leoa na relva, totalmente selvagem.
Espero.



Giselle Sato

mercoledì 11 marzo 2009

Omonimi – Un racconto Machadiano



Scesi la Rua di Ouvidor pensando alle mie passioni più grandi, le compiacenze femminili e la letteratura. Non necessariamente nello stesso ordine:

- Signore ha lasciato cadere questa busta, per poco non la perde, ho dovuto correre per raggiungerlo.

- Il mio manoscritto! Non so come ringraziarla, non me ne ero accorto, lei non immagina l’ importanza di ciò che ha salvato.

- Fortuna che l’ho trovato in tempo, tra poco ci sarà una processione e le strade saranno piene di credenti.

- Un’ assurdo, in pieno XIX secolo! Sono appena tornato dall’ Europa, le differenze sono inquietanti.

- Doveva vedere prima. Oggi abbiamo la pavimentazione, l’ illuminazione a gas, il trasporto pubblico, tutto seguendo i parametri delle capitali europee. Tempo di “nuove usanze”…

- Non mi piace sembrare presuntuoso, ma per quanto sia, la società Carioca è priva di buon gusto. I Caffè e i teatri mai si avvicineranno a piedi di quelli parigini. Il popolo mantiene usanze provinciali, non sanno vivere nelle capitali.

-Sfortunatamente, siamo una nazione prevalentemente di contadini e analfabeti.

- Certo. Perché dovrebbe essere differente? Senza offesa, sono di buona famiglia. Favorito dalla sorte per aver ricevuto un educazione che qualsiasi giovane potrebbe sognare. Parlo cinque lingue. Incluso il latino, che parlo correntemente, meglio che un sacerdote.

- Ho capito immediatamente di cominciare una buona conversazione. Nello stesso tempo, soltanto nel sentirlo parlare ho avvertito l’influenza europea.

- Ma lei, dove ha imparato a esprimere le sue idee con grazia? A parte qualche imperfezione naturale, parla il portoghese quasi perfettamente.

- Sono autodidatta, ho imparato con molto sacrificio. Era tutto sfavorevole. Grazie ai libri, sono capace di conversare con un uomo come lei.

- Capisco, lei lavora in un’ officina. Usa un macchinario o qualcosa di equivalente?

- Si, qualcosa di simile. Lavoro con libri, libri a tempo pieno. Lei lo sa che è una ispirazione? Sempre incontro persone interessanti, degni di doppia attenzione.

- Come? Che tipo di impronta, a parte essere un esempio, un’ ideale da essere copiato...

- Il signore è molto modesto.” Lei già lo sa”, un ispirazione preziosa, le sarò eternamente grato.

- Come compenso, cosa posso fare per dimostrare la mia gratitudine?

-Il signore mi ha ringraziato, è già sufficiente.

- Se dovesse qualche volta aver bisogno, io frequento la libreria Garnier quasi tutti i giorni. In verità, ricorda vagamente Notre Dame , quando cammino nella Rua do Ouvidor.

- Quasi una piccola Parigi . Signor?

-Che sbadataggine! Oliveira Neves, ma mi può chiamare Joaquim Maria. Il mio nome di battesimo.

- Machado, molto piacere. Che coincidenza, omonimi! Quasi dimenticavo, ho una riunione tra poco al Giornale del Commercio. Scusi ma devo andare. Stia bene, signor Oliveira.

Che strano individuo, gli ho offerto una piccola ricompensa e se ne andato furioso. Omonimi, mi mancava solo questo! Un quasi negro, poco istruito, pensando di ingannarmi. Cosa si aspettava? Che lo invitassi a prendere un caffè? Sicuramente pensava che ci fossero dei soldi nella busta. L’ha restituita sperando in una buona rimunerazione, poi ha fatto la parte dell’ offeso.

Ah, le giovani signore, crema della società. Che visione! La jeunesse dorèe, apprezzando la moda, facendo compere, passeggiando all’ aria fresca. Qualcuna è velatamente cortese in cerca di relazioni. Se la fortuna é favorevole, offro le mie galanterie, prendo qualche pacchetto e parlo un po’ di francese. Voilà! La invito per un tea in pasticceria, accompagnandola fino alla residenza…

Finalmente la libreria, un luogo con una certa esclusività, lontano dai miseri che occultano le vetrine. Sento che sto nel mio mondo, scrittori, intellettuali, politici. Uomini di sagacia, in un’ area riservata, mi sento quasi in casa:

-Joaquim, Joaquim Maria. Quanto tempo! Qual buon vento trascinò il mio migliore amico al rimpatrio?

- Pacheco Leitào! Che piacere, sono arrivato la settimana scorsa. Ma ho già voglia di tornare.

-Joaquim, non essere tanto severo! Prendi parte alla nuova società, frequenta le meravigliose feste, i casinò, sfrutta ciò che è di buono e migliore. E ancora non ti ho parlato dei bordelli! Non è sufficiente?

- Si, il sufficiente per chi si accontenta di poco. Voglio molto di più, oggi consegno il mio primo romanzo per la pubblicazione.

-Avere un amico scrittore è un’ onore straordinario. Hai fortuna, oggi è uscito l’ultimo di Machado: Memòrias Pòstumas de Bràs Cubas. E’ un opera prima, tutti stanno commentando. Va bene che Machado sempre sorprende. Quando pensiamo di aver letto il migliore, è lì che arriva l’altro sconcertante.

Provai un piccolo turbamento ascoltando quel nome, il secondo Machado in un pomeriggio. Per non essere sgarbato, sfogliai un poco il libro disinteressato…
Già dal primo paragrafo sentii che non avrei lasciato il libro fino a terminare la lettura. Stile unico, perfetto sotto tutti gli aspetti, tanto buono che avvertii vergogna del mio manoscritto.
Mi avviai in casa per finire la lettura del romanzo. Non ce la feci a controllare l’ invidia, l’astio, l’odio per lo scrittore brasiliano. Sei anni buttati nella spazzatura, i miei sogni crollati in un pomeriggio, la mia esistenza vagando nel vuoto. Per un Machado, una scure demolitrice di sogni.

Il giorno seguente, più calmo, seppi che lo scrittore, recentemente eletto il mio favorito, si sarebbe recato alla libreria. Il luogo era affollato di persone venute da ogni parte della città.
Molti applausi annunciarono l’arrivo. La moltitudine si animò impedendo la visione dei suoi lineamenti.
Quando riuscii a trovare il largo sufficiente, riconobbi l’uomo che aveva ritrovato la mia busta. Sarei voluto morire nello stesso istante:

-Pacheco, qui è molto soffocante, ho bisogno di uscire un po’ per respirare.

-Proprio adesso? Perderai l’ interpretazione, Machado ci darà l’onore del primo capitolo.

-Allora rimani e approfitta, non c’è bisogno che mi accompagni. Insisto rimani, è il tuo autore preferito.

-Immagina, giammai abbandonerei un amico, ti farò compagnia fino a che non migliori e rientriamo.

-Pacheco, lasciami in pace! Ho bisogno di respirare, sono intrattabile.

-Non c’è bisogno di essere villano, non vuoi essere visto insieme a un semplice commerciante. Oggi stai in mezzo dei tuoi colleghi, non hai necessità della compagnia del vecchio amico Pacheco. Non ho fatto i tuoi studi, i miei non mi mandarono in Europa. Mia madre pensò che era uno sperpero, mio padre sa a malapena scrivere il suo nome, e adesso questo smacco…

Piantai il mio amico parlottando da solo, mai ho avuto pazienza per i sermoni, molto meno per quelli di Pacheco.
Persi la cognizione del tempo camminando, il petto trafitto dalla vergogna. Non avevo afferrato la sottile ironia durante il breve dialogo con il mulatto perspicace.
Analizzai il suo romanzo da un altro punto di vista. Ora stavo constatando la trivialità mascherata nei dialoghi dei personaggi, la personalità calcolata dei protagonisti, la strategia della stesura confusa e angosciante.

Mi resi conto che in quell’ istante la mia vera vocazione stava sbocciando. La vita acquistava una nuova attrattiva, macchinava piani intenti a pubblicare critiche devastanti per ciascuna sua opera. Orchestrava analizzare ogni riga, sognava a occhi aperti il riconoscimento pubblico.
La avversione “machadiana” cresceva come un bubbone ripugnante. Sbadato, con i pensieri traboccanti di vendetta, non mi accorsi dell’auto fuori controllo. Per ironia del destino , importata dall’ Inghilterra, mal guidata da un giovane inesperto.

Cessai di vivere!
Joaquim Maria si spense, morì in piena Praça da Constituçào.
A pochi metri dalla famosa Tipografia Dois de Dezembro. Nell’ ora dell’ incidente, affollata di scrittori ed intellettuali.
Il mio ultimo pensiero… un’esistenza inutile. Non ho lasciato niente. Né figli, né opere, né nostalgie, né amici… Sono stato una farsa, dogmatico, ostentato e bugiardo. Allontanato dalla propria casa dopo la scoperta delle dissolutezze sfoggiate in Europa. Ora una anima profana.
Alla fine, aggravato e rallegrato, da un sogno discutibile e anonimo: Essere stato l’ ispirazione, anche se fugace, di Joaquim Maria Machado de Assis.


Giselle Sato - Trad. Maurizio Gennari
Testo Originale. Homonimos


OBS:
Joaquim Maria Machado de Assis (Rio de Janeiro, 1839 – 1908) è stato uno scrittore e poeta brasiliano.
Nonostante sia poco apprezzato come poeta, è considerato il maggiore scrittore in prosa della letteratura brasiliana e fu il fondatore dell`Academia Brasiliana di Lettere(ABL).
Questo racconto fu scritto in omaggio allo scrittore in occasione del centenario della sua morte e fu pubblicato nella Comunitá Overmundo.

domenica 8 marzo 2009

Donne Appassionate


Smania di sentire te dentro me, logiche di donna appassionata, che sente il piacere di amare ed essere amata. Tanto diverso dal sesso effimero e delle passioni fugaci. Intimità

Amante senza pudore che spartisce i suoi segreti, sollecita una mano più sfacciata e propone fantasie.Predilige piccole porzioni di amore quotidiano, in gesti calorosi, scambi e intese. Complicità

Gioca con la schiuma nella vasca, inondando d’acqua il pavimento. Balla davanti allo specchio nuda e provocante. Si sporge dal balcone suscitando amore.
Intesa

Insieme, favoriscono la ricerca e l’ incontro, il desiderio e il piacere, completandosi l’uno con l’altro. Maturità

Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: Banho de Espuma

Prova Finale


Era vanitosa, lasciva e scostumata. Sollevo il tessuto sfregando la pelle nuda. Appoggiò la mano sentendo l’ umidità.
Divaricò le gambe, distese il corpo sulla sedia fino al estremità. Con la punta delle scarpe, la equilibrava, movimentando le cosce e i fianchi. Completamente abbandonata, in prima fila, aula piena e esame finale.
Il professore lasciò la classe sola e uscì frettolosamente. Con calma, lei prese gli appunti e copiò le risposte.

Giselle Sato ( trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: Prova Final

sabato 7 marzo 2009

O cio da terra



''O que desperta o desejo? Como funciona o instinto? Cheiro, gosto, textura''....


Toda mulher tem uma tara secreta. Por mais que tentasse ocultar , Sonia era atormentada pelo pensamento: A idéia fixa no corpo suado dos trabalhadores que passavam à sua frente, torso nu, músculos trabalhados pelo peso das toras de madeira e pela lida com gado e cavalos.

Sonhava com as mãos grossas e calejadas arranhando sua pele e o odor do suor aguçava seus sentidos qual fêmea no cio. Só com a lembrança de suas fantasias perdia o fôlego, ardia carente, suspirando fundo.
Agenor era um marido apaixonado, virtuoso e previsível. Não admitia nenhuma variação na cama além do que considerava normal. Isso excluía quase tudo que não fosse tradicional e enfadonho. Soninha, jovem e deliciosa em seus vinte e poucos anos, queria emoções. Era puro fogo e sensualidade. A mudança para a fazenda distante foi uma forma de afastar as tentações que a cidade tão generosamente oferecia.
Possessivo e ciumento, Agenor via o perigo em forma de academias lotadas, festas e vizinhos. Soninha gostava de todo conforto e luxo em que viviam, mas sentia um vazio cada vez maior. Uma angústia... Urgência..

Não era uma mulher satisfeita. Descobriu sua tara quase por acaso. Mandou selar um cavalo para um passeio inocente e quando o peão veio entregar-lhe as rédeas, sentiu o cheiro forte . Ficou tonta, faminta, uma onda forte percorreu seu corpo. Tesão.
Arrastou o empregado para trás do estábulo. Desceu a calça jeans e sentiu toda a rudeza enterrada em suas carnes. Gemia de prazer com os dedos grossos enfiados em sua vagina molhada, Separando, esfregando, apertando sua sensibilidade. O pênis grosso, sem nenhum cuidado, penetrou com força. Estava tão excitada que nem se importou com o gozo escorrendo por suas pernas. O homem era um touro, mal acabou e já estava duro de novo. Foram três gozadas sem tirar. Estava toda ardida quando ele finalmente terminou.
Vestiu a calça e saiu sem dizer uma palavra. Não se olharam, não houve carinho, transaram quase vestidos. Só penetração.

Enquanto tomava banho, Sônia tocou a vagina dolorida e sensível, sentiu-se saciada. O marido não desconfiava de nada. Passava o dia no campo, visitando terras, fiscalizando produção e entregas. Deixava a esposa aproveitando a piscina e a vida no campo, completamente alheio e confiante. Em nenhum momento enxergava perigo nos empregados feios e sujos. Homens rudes que mal falavam.
Poucos dias depois, Soninha estava novamente rodando os currais e pastos, escolhendo seu rebanho. Sentiu-se atraída pelo caboclo de olhos atrevidos. Um sorriso, um convite. Carregando um galão de leite fresco, seguiu a patroa até o depósito vazio.

Ela trancou a porta e deitou-se nua na mesa rústica de madeira crua.
Pousando o vasilhame no chão, o homem começou a lambê-la com gosto, nunca havia visto uma vagina tão branca. Vez por outra molhava os dedos no leite gordo e sugava com força, parecia querer devorar por inteiro cada pedacinho da mulher.
Sônia perdeu as contas de quanto gozou naquela boca faminta. Foi penetrada na urgência exata que tanto queria. Estava mole quando sentiu as nádegas sendo abertas e mais leite gorduroso servindo de lubrificante para o melhor sexo anal de sua vida.
Empolgada, empurrou com força os quadris ignorando a dor rasgando sua pele. Naquele dia, mal conseguiu andar tão machucada ficou.

A notícia correu entre os trabalhadores e os olhares gulosos perseguiam-na por toda parte. Os empregados se revezavam na orgia campestre. Quanto mais fazia sexo, mais vontade sentia. Completamente adaptada à rotina insana, agüentava três homens sem o menor esforço e ainda cumpria suas obrigações no leito matrimonial.
Um dia, um peão bonito chegou à fazenda. Alto, moreno, porte de campeão de rodeio. Homem de “virar a cabeça” de qualquer uma.
Soninha ficou louca, perdeu a noção do perigo. Andava para cima e para baixo com o moreno. Agenor, o marido, finalmente desconfiou e mandou seguir a mulher. Os empregados, enciumados com o concorrente, confirmaram as suspeitas incentivando a vingança.

Estavam na cachoeira, fazendo toda sorte de safadeza. Não perceberam a chegada do tropel liderado pelo marido enlouquecido de raiva e ciúme. Mal apeou, Agenor matou com vários tiros o rival. Sônia, nua no meio das águas, era uma visão mais que perfeita. Como a natureza pôde ser tão generosa com uma mulher?
O marido chorava como criança e não teve coragem de matar a traidora. Amava aquela mulher mais que tudo em sua vida, não conseguiria viver sem sua Sônia. Reconciliaram-se.

O avião decolou com algum atraso. Na primeira classe, o champagne foi servido e Sônia estava sorridente com seu novo colar de brilhantes. Agenor, marido corno e apaixonado, havia decidido que a Europa era distante o suficiente para o recomeço.
Não só havia perdoado como não mudou sua forma de tratar a mulher. Culpava-se por não ter sido atencioso, assumiu os erros de Sônia e não tocou mais no assunto.
Pedindo licença ao esposo, Soninha foi ao banheiro. Passou pela "galley" da aeronave e sorriu descaradamente para o comissário bonitão que montava a bandeja de salgados.
Doze horas de viagem, muitos “drinks” a mais para Agenor e com certeza alguma diversão extra para ajudar a passar o tempo. Entrou no toillete apertado e não trancou a porta...



Giselle Sato

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