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mercoledì 15 aprile 2009

La Grassottella


La Grassottella

Lena era una donna grassa, bassa, pesava 130 chili e odiava diete ed esercizi. Pur essendo molto allegra e simpatica non riusciva a trovare un innamorato, da sei lunghi anni… Sola ammazzava la tristezza divorando torte, pasticcini e salatini, scatole e scatole di cioccolatini. Inframmezzava le cucchiaiate di gelato lamentandosi della sventura.

Malediceva gli stilisti che non producevano niente di sensuale nella sua taglia. Viveva procurando vestiti scollati e giovanili. La sua vita era un eterno andirivieni al supermercato. Fino a che una volta di queste conobbe il tassista Juarez, cinquanta anni ben vissuti e malato per le grassocce. Fu passione a prima vista.

Juarez la invitò in un bar, ma con il pretesto di aiutarla nella spesa finirono a letto nello stesso pomeriggio. Juarez estasiato dalla mole del seno, dal sedere generoso, cosce prosperose, si sentiva un bambino al luna-park. Delizie delle delizie. “Lenina” con la libido fuori di controllo per il lungo digiuno, non dava tregua al tassista, voleva tutto di più, senza tante frescure.

Cominciando la terza, Juarez chiedeva tregua, acqua, qualunque cosa che lo salvasse dalla maratona: - Mia figlia…ho bisogno di lavorare…vengo più tardi... continuiamo… prometto… alla mia età. “Lenina” concentrata in un bocchino “ …e se lui non ritornasse?” Pensava e baciava, morsicchiava, spingeva da una parte e dall’ altra l’ uomo, scuotendo i capelli. Sembrava una leonessa affamata. Alla fine Juarez era sfinito.

Conseguì uscire dall’ appartamento della grassottella dopo sei ore di sesso selvaggio. Sciupato, sfinito, camminando a malapena. “Lenina” esultava. Che uomo! Magro, basso e pelato. Brutto…ma un animale da letto. Juarez cominciò a far visita nell’ appartamento della grassoccia tutti i giorni. Alla fine, la grassotella con le sue perversioni era un dato di fatto. Scopavano nella scala del palazzo, nella piazzetta, nel taxi, non avevano ne ora ne luogo. La vita era tornata a sorridere. C’era soltanto un problemino: Juarez era sposato e padre di cinque figli. Il taxi non era suo, viveva stentatamente, senza neanche sapere dove sarebbe stato sepolto.

Peggio, viveva chiedendo soldi in prestito all’ amante. Per il figlio malato, medicine per la madre e mille altre cose. Il fido esaurito, la carta di credito bloccata e il libretto di risparmio senza soldi, le discussioni diventarono una caratteristica. “Lenina” decise di terminare con il tassista. L’ unico problema rimaneva la carenza di sesso. Aveva svegliato la belva selvaggia del suo intimo. Soltanto pensava a scopare, scopare e scopare.

Decise di andare a fare shopping, si rilassò guardando le vetrine, cercando nei negozi, passeggiando, mangiando qualcosa e pensando in una soluzione. Coppie abbracciate uscivano dal cinema, passeggiavano mano nella mano. Sentì la mancanza di calore nella sua vita. La sera, Juarez giunse nell’ appartamento della donna. Sospettoso:

- Stai uscendo con un’ altro? Non posso credere che mi stai mollando… Quando mi chiederai di tornare non servirà. Tu non sei altro che una grassa, obesa piena di pensieri.

- Adesso sono grassa?! Prima ero paffutella, graziosa e deliziosa. Ho incontrato si, uno sicuramente più economico che non mi chiede soldi, che non mi fa arrabbiare o mi umilia. Te lo presento!

Aprì una enorme scatola mostrando, trionfante, un immenso vibratore dell’ ultima generazione. Il tassista guardò meravigliato l’ attrezzo in pieno funzionamento:

- Mi vai a sostituire con questo?

-Calma, il suo nome è Juarez. In tuo onore. L’ ho comprato oggi, sono infervorata per provarlo. Guarda come vibra bene, meglio di te Ju!

-Non puoi farlo. E’ molta crudeltà. Dicevi che mi amavi tanto e mi abbandoni per questo coso di gomma.
-Poverino. Sto morendo di compassione. Prima che mi dimentichi: Porca è quella che ti ha messo al mondo! Va a badare i tuoi figli, va...

Tutte le notti “Lenina” gioca con il suo Juarez, silenzioso e devoto. Il cassetto del comodino traboccante di batterie. Non ha smesso di cercare il grande amore. Perlomeno si sente appagata… può scegliere con calma.



Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)
Tratto dal libro: “Meninas Malvadas”

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giovedì 9 aprile 2009

Silenzi






Cammino avvolta di nubi gelate. Tante nostalgie…
Vago dove persi la speranza e non raggiungo le lettere.
Foglie al vento forte, autunno maculato di marrone, scalpello d’ argento…

Luna chiara, specchio senza stelle, solitudine che tradisco con sogni
Tanta distanza e ricordi! Come sento la mancanza della tua risata… Mani forti, stretti abbracci, letto condiviso con amore.

Oggi ho visto l’alba nell’ oscurità e sussurato lamenti… al tempo. Ho cercato e non ho incontrato niente… eccetto che il vuoto del silenzio.

Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)

sabato 4 aprile 2009

Silêncios - Giselle Sato




Caminho envolta em névoas geladas. Tantas saudades...
Vago onde perdi a esperança e não me alcançam as letras.
Folha ao vento forte, outono matizado em marrons, cinzel de prata...

Lua clara, espelho sem estrelas, solidão que disfarço em sonhos
Tanta distancia e lembranças! Como sinto falta da tua risada...
Mãos fortes, abraços apertados, leito compartilhado com amor.

Hoje amanheci na escuridão e sussurrei lamentos...Ao tempo.
Procurei e não encontrei nada além... Do vazio e silêncio.

Un grande amore….


Ricordi, nostalgie, ferri e fili
Formano antichi gomitoli al forte vento
Vicende dimenticate,polvere del tempo
Gesti, risa, pensieri arditi

Modellando l’amore in soffici nuvole
Essenza morena in dolci promesse
Lettere scambiate,strappate,vissute
Verità e falsità non pesano
Mai

Mi sono svegliata nel miscuglio di sole, luna,stelle...
E ho trasformato la tua vita nel mio cammino
Abbiamo percorso vie strette, stradine,
Parchi, città e grandi viali
Nel tuo corpo, voce, odore e piacere

Circuito il vuoto dello sconforto
In risate dissimulate, ebbre, testarde
Ho seminato, ho ballato, ho perdonato, ho abbracciato…
Ho amato troppo.
Il tempo ha ingannato gli anni e li ha portati via

Foto
Nostre musiche
Gioventù
Colori e sapori
Bramosia
Impetuosità
Abbandono
Tanti sogni
La certezza

Io e te mai siamo stati noi.

Giselle Sato ( trad. Maurizio Gennari)

venerdì 3 aprile 2009

Varenna, La Perla del Lago di Como


Il lago si estendeva fino all’ orizzonte, lontano le montagne svizzere con le cime coperte di neve. Piccoli paesi creavano un paesaggio unico. Idilliaco. Il silenzio rotto dalle onde che battevano sulle pietre, quasi una musica, il campanile della chiesa scandendo le ore con rintocchi perfetti.

Seduta sul molo non riuscivo a staccare gli occhi da quell’ azzurra immensità, trasparente in silenzio e pace. Varenna, lago di Como, nord dell’ Italia. Cigni e anatre nuotando tranquillamente con i piccoli. Simpatica processione, che incanta i passanti di tutte le età.

Sempre questo luogo mi ha dato l’ impressione di un pezzettino di mondo ben custodito, tutto meravigliosamente antico e tradizionale. Palazzi ben conservati, marmi e vernici autentiche. Strade di pietra piene di strettoie e salite, negozietti di souvenir e gelaterie mostrando i sapori.

Le barche si allontanano a intervalli regolari per i villaggi vicini, sono lente a sufficienza perché il tragitto sia apprezzato con tranquillità. Danno vita ad un sentiero di schiuma sulla superficie dell’ acqua, i raggi del sole sembrano bagliori dorati.

E' bello mangiare un panino alla mortadella, seduta sulla panchina dei giardini di fronte al lago. Poi lanciare le briciole ai pesci e rimanere ad ammirare il sole. La sensazione assoluta della maestosità della natura, di essere parte per istanti di uno scenario perfetto, di un attimo giusto di comunione con ogni cosa.

Distesa sul letto enorme e accogliente osservo il lago: la punta dei pini e il chiaro di luna illuminando la baia, toccando l’ anima del poeta nascosta in noi che non osiamo liberare. Le grandi finestre lasciano entrare la brezza frizzante, trascinando gli aromi dell’ alba. Mi piace il baule dell’ inizio del secolo e la piccola specchiera. Indugio pensando a quanti volti già vi furono riflessi.

Porto Piccolo. Un punto dove attraccano le piccole barche trasportando i promessi sposi e gli invitati ai matrimoni. E’ una tradizione sposarsi nella piccola chiesa del luogo. Bella nella sua semplicità. Velando i segreti del tempo in milioni di ricordi. Varenna. Chiudo gli occhi e posso sentire il legno sotto i miei piedi mentre cammino fino alla punta del molo.

E’ li che vado quando la vita è complicata e ho bisogno di ispirazione. Una sensazione ottima, sempre arriva accompagnando la nostalgia. Quasi felice rinnovo le speranze e seguo innanzi.


Giselle Sato (trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: Varenna

mercoledì 1 aprile 2009

A primeira vítima- Giselle Sato




Alice apertou as faixas em volta do abdome inchado,tentando esconder a barriga de quase oito meses de gravidez, mal podia respirar. Temia a sociedade londrina, austera e impiedosa.
A mulher vivia em um cortiço no bairro pobre de Whitechapel, área de prostitutas e bandidos.

Se a senhoria desconfiasse de qualquer deslize seria expulsa e jamais conseguiria outra vaga. Planejava trabalhar mais uma semana e ter a criança, cujo destino seria a roda dos enjeitados.
Por mais dura que fosse a vida em Londres, não queria terminar os dias arando terra e cuidando de porcos no interior da Inglaterra.
As jarras pesadas de cerveja preta eram um tormento. Enchia as canecas, servia os fregueses, recolhia os vasilhames sujos e passava ligeiramente em uma tina de água encardida. As mãos doloridas e esfoladas. O patrão, do alto do balcão, gritava com as moças e exigia mais rapidez nas tarefas.

No velho Pub Ten Tells, os homens bebiam sem parar. Aos poucos as vozes aumentavam. Algumas discussões começavam do nada e sempre acabavam em briga. Piadas sujas eram repetidas inúmeras vezes. Mãos atrevidas tentavam tocar as ajudantes de salão.
Sarah recebia as melhores gorjetas. Ela não se importava de sentar no colo dos bêbados ou exibir os peitos caídos, Alice recusava. Algumas vezes, Sarah ia para o beco dos fundos e por alguns xelins recebia vários homens. O patrão fingia não perceber em troca de favores gratuitos no final da noite.

Três horas da madrugada e Alice ainda varria o chão e limpava as mesas. Dois relutantes bêbados urinavam na calçada e riam descontrolados. Um vizinho irritado, atirou uma garrafa de um prédio próximo. Silêncio.
Chovia e a temperatura havia caído muito. Os pés de Alice estavam dormentes e o corpo doía. Mal acreditou quando atravessou a porta da rua e respirou aliviada por haver cumprido mais um longo dia.
O bairro escuro e mal freqüentado estava vazio. Não tinha medo, preferia voltar sozinha à companhia das colegas de trabalho. Uma viela fedorenta, mais dois quarteirões e estaria em casa.

Mãos surgiram das sombras. Pesadas, em torno do pescoço e da boca. Apertavam com força obrigando a entrega. O som das roupas sendo cortadas pela lâmina afiada,o sobretudo de lã roçando a pele exposta, o cheiro da colônia cara, os sentidos captando cada detalhe.
O homem parou quando as últimas faixas foram arrancadas. Surpreso, tocou a barriga da mulher com a ponta dos dedos. O corpo frágil foi atirado ao chão:-Falsa! Pecadora imunda! Como se atreve a tentar me enganar? Ainda serás castigada!

Foram as únicas palavras. Os passos afastando-se na madrugada, deram-lhe forças para se arrastar até a parede úmida.
Mal embrulhada no velho xale, conseguiu chegar ao quartinho acanhado e juntar os poucos pertences.
O dia amanhecia quando Alice chegou à estação de trem. Precisava embarcar e tentar esquecer todo o horror sofrido. Ir para bem longe da cidade que abrigava o monstro.
O cheiro almiscarado jamais seria esquecido. O toque das luvas macias, a dicção perfeita, marca inconfundível da nobreza.Tudo naquele homem indicava poder.
Alice sentia que se procurasse a polícia em busca de proteção, seria uma mulher morta. Ele a encontraria onde quer que fosse, atribuía ao desconhecido poderes sobrenaturais.

Quando sentiu o trem deslizando nos trilhos, respirou aliviada, afastando-se cada vez mais rápido, para bem longe do mal.
Londres iniciou um ciclo violento de crimes bárbaros naquela noite. Um conhecido maníaco de nome Jack assombraria por algum tempo cada beco mal iluminado, transformando o pesadelo mais temido em realidade macabra.

sabato 14 marzo 2009

Taras e Confissões


Retoquei o batom e saí apressada. Uma ajeitadinha no cabelo e a última olhada no espelho. Faltou o sorriso, imediatamente corrigi a falha. Neste negócio é preciso passar energia e entusiasmo.
Adoro trabalhar no aquário. Chamamos o quarto de ‘’voyeurs’’ desta forma. Parece fácil, mas a inexistência do contato físico não simplifica nada. A casa é bem freqüentada e perfeita para realizar fantasias. Todos os desejos tem um preço.

O castelo tem clientela fixa e uma ‘’Rainha’’ conhecida no mercado. Fora a reputação de material de primeira, ela garante total anonimato. E não mede esforços para proporcionar o melhor, sempre o melhor.
As pessoas que frequentam a casa, não estão preocupadas com o que vão gastar... e Regina sabe disso.

Minha agenda está completa.Meu primeiro cliente acaba de entrar na sala. Hoje estou usando um conjunto preto, meia-taça e calcinha pequena. A camisolinha transparente é puro fetiche.
Saltos altos e peruca ruiva. As lentes de contato me deixam com cara de gata gulosa. Imensos olhos delineados com muito lápis preto. A maquiagem pesada é essencial. Ele quer um ‘’streep tease’’ bem sensual. E uma dançarina com jeito de vagabunda.
Hora de abrir a vitrine. Sei que é uma janela imensa , mas gosto de pensar desta forma. Um vidro nos separa; protege e ao mesmo tempo, liberta qualquer censura:

- Oi Aninha, está linda hoje...dança pra mim?

Um cliente habitual. Sempre me chama de Aninha e pede as mesmas coisas.
Enquanto vou tirando as peças e toco meu corpo, tenho tudo sincronizado. Movimentos ensaiados e provocantes.
A parede transparente, permite que eu veja. Este cliente gosta de olhar e exibir a masturbação.
Quando preferem ficar ocultos, usamos um segundo vidro e apenas o observador assiste.

Vários tipos de ‘’dildos’’, estão expostos em uma mesinha. Começo pelos pequeninos. De pernas bem abertas, vou trocando de tamanhos e formatos. Todos previamente lubrificados; sei que ele está ansioso. Demoro o tempo correto, a hora está paga e deve ser cumprida.
Finalmente um monstruoso duplo, nada confortável. Ele geme de prazer, apreciando enquanto enfio o pedaço de borracha na frente e atrás.

As pernas apoiadas nos braços da poltrona. A peça demora um pouco para ser completamente acomodada. O puto, delira observando ...ligo o vibrador.
Finjo o primeiro orgasmo com perfeição , enquanto aquela coisa pulsa. Capricho nos gemidos, simulo outro gozo e ele termina. Lentamente retiro o ''duplo'', dou um sorrisinho e saio do quarto. As pernas bambas e a bunda dolorida.
Normalmente atendo cinco clientes. Mas dependendo da sorte, um habitual pode reservar todo o tempo.

Gosto do que faço, aprendi a me masturbar sozinha, aos sete anos. Levei umas chineladas e minha avó ficou apavorada. Entendi que ‘’aquilo’’ era para ser feito às escondidas.
Sexo para mim é como beber água, natural e necessário. Ao mesmo tempo, sou capaz de passar longos períodos sem gozar. Parece estranho, mas é possível ter relações sexuais todos os dias, várias vezes ao dia e nenhum orgasmo. E com os clientes? Posso afirmar, que nunca senti nada. Contudo, todos eles, saíram jurando que me deram muito prazer.

Enquanto tomo um banho demorado, os empregados arrumam o quarto. Visto o uniforme completo de normalista. Prendo os cabelos em um rabo de cavalo. Sem maquiagem, a saia pregueada na altura os joelhos. Meias e sapatos estilo boneca.
Deito na cama enfeitada de bichos de pelúcia e almofadinhas. Um senhor idoso acompanha cada movimento, está satisfeito com o cenário. É cliente antigo, dizem que foi diretor de uma grande colégio...

Tudo é previamente combinado. Uma colega entra no quarto, vestida da mesma forma. Ficamos trocando carinhos e beijos no rosto. Desta vez, vou ser a coleguinha tarada, tentando seduzir a amiguinha.
Coloco a mão no joelho da moça, vou deslizando por baixo da saia, ela recusa. Finalmente, um beijo de verdade, longo e molhado.
Desta vez, levanto a saia e deslizo até a calcinha cor de rosa. Rendada. Ela suspira e tenta impedir, mas um dedo já está dentro dela, mexendo...

Ela recua, apoiada nas almofadas. Gemendo como um gatinho no cio, deixa-se tocar, suspirando cada vez mais alto. Solta gritinhos quando arranco a calcinha e delizo entre suas pernas.
Apoiando o rosto na parte interna da coxa; forçando a língua e lambendo cada cantinho. O tempo todo, temos a preocupação, que ele assista todos os movimentos.
A outra menina tem uma flexibilidade surpreendente. Consegue ficar em posições onde expõe completamente o sexo. Ele adora a parte em que nos esfregamos. Solta grunhidos de satisfação. Fica estalando a língua, fazendo mil ruídos...
Terminamos a cena com um beijo fraternal, vestimos o uniforme e deixamos o quarto de mãos dadas. Karla é uma velha amiga. Está nesta para pagar a faculdade, o jeitinho de menina, é sempre muito solicitado:

- O que aconteceu? Não devia estar atendendo? Nem acreditei quando te vi entrando.

- Tem um cara pegando no meu pé. Regina mandou trocar com Andréa.

- Ótimo. Vamos dar um tempinho e relaxar. Você atrai cada tipo!

- Nem me fale...banho de espuma?

- Banheira de hidro!


Normalmente penso que sou uma atriz. E estou interpretando o papel de puta. Esta é minha fantasia. As meninas brincam que posso ser uma estrela pornô. Não é o que desejo.
Fiz cursos de teatro, tentei a carreira de modelo, não consegui nada expressivo. O convite de Regina foi irrecusável. Em dois anos, montei um excelente apartamento e comprei um carro zero. Vivo bem, gosto do que faço e do dinheiro que ganho.
Duas horas depois, Regina me chamou ao salão:- Oi querida, estou com um fixo importante e quero uma menina experiente. Cancelo o resto, que parece?

- Quem é o cliente?

- Ravel. Você sabe as regras.

- Nunca recuso seus pedidos. Quanto tempo?

- Ele já está sendo preparado. Esqueci um detalhe primordial . Ele quer estrear o novo brinquedinho.


Ela riu e saiu sem se despedir. Ainda é muito bonita. Idade indeterminada e muitos tratamentos. Regina tem o dom de intimidar qualquer pessoa. É um misto de postura e poder.
Falando muito baixinho, ela comanda. Não pede, exige e ordena. Não é nem um pouco tolerante. Odeia erros. As meninas pisam na ponta do pé, quando ela está aborrecida. Nunca tivemos problemas, faço a minha parte e ela paga.
Cinco escravos, observam o movimento. Usam coleiras, são como sombras atrás da dona. Eu procuro ignorar as figuras tristes. Não é a minha e não tenho nada contra.
Se eles desejam humilhação, Regina é mestra na arte. Eles veneram o chão por onde ela caminha. São leais e moram na casa.

O quarto exibe a cama de casal coberta de plástico transparente. Ravel é um sujeito grandalhão. Alto e gordo. Incrivelmente branco e limpo. As sobrancelhas são os únicos pêlos que mantêm.
Está completamente envolto em fita-filme. Como um casulo, apenas o espaço suficiente para os olhos e nariz. Até a boca está coberta, por uma camada mais fina, o que o impede de fazer qualquer ruído.
Borrifo bastante talco na calcinha de látex. Tenho alguma dificuldade, um enorme pênis, também em látex está acoplado. Caminho lentamente até o grande embrulho, ele observa....

Usando luvas, acaricio todo o corpo gigantesco. Ele bufa, contorcendo-se e suando. Desta vez devem ter usado muita fita-filme. Ele está praticamente imobilizado. Vez por outra, pressiono com força o peito na altura dos mamilos.
Uso uma tesoura e abro espaço na altura do púbis liso. Um membro pequeno e flácido surge, toco com a ponta dos dedos. Borrifo talco e inicio uma masturbação. O prazer consiste no atrito da luva de látex com a pele exposta. A resposta surge tímida , aos poucos ele corresponde, estremece e goza.

O homem dá sinais que deseja rolar de bruços. É a parte final e a mais trabalhosa. Apesar da ajuda ele está completamente enrolado em plástico. Novamente, uso a tesourinha e recorto um grande espaço na bunda carnuda.
Sem um pingo de dó, enfio o ‘’dildo’’ de uma só vez, ele treme em espasmos. Tudo que faço é exigência dele, não ouso mudar nada, apenas obedeço.
Aumento a velocidade e continuo movendo bem fundo. Neste momento, eu arranco o pedaço do plástico que cobre a boca. Ele geme, implora que eu enfie com mais força. O material é bem flexível e macio. Mesmo assim, movimento o quadril com toda a força.
Quando goza ou sente-se satisfeito, ele manda parar. Desço e saio do quarto rapidamente. Uma colega passa por mim e mostra o chicotinho: - Ravel hoje está impossível!

Tiro a ‘’calcinha-pênis’’ e entrego para limpeza. Tudo que foi usado é esterilizado em mil rituais. Este cliente tem verdadeiro pavor de germes e contaminações. Estranhamente, dizem que é médico e cientista.
Pego a bolsa e finalmente meu dia terminou. Dou uma olhada rápida no salão e está cheio de gente bonita . Homens e mulheres bebem, conversam, combinam nos reservados os pequenos detalhes. Parece uma reunião em uma casa linda e requintada.

Regina está sentada em uma poltrona estilo império, cercada de admiradores. Um dos servos, enroscado aos seus pés. Todos parecem alegres e satisfeitos. Uma amiga oferece uma taça de vinho. Recuso e agradeço. Saio apressada.
Namoradinho novo, jovem e tenro. Marcamos na porta da faculdade. Segundo encontro, ainda não decidi se vamos transar... talvez outro dia, hoje só quero beijo na boca e muito carinho.

Amanhã....é outro dia...

giovedì 12 marzo 2009

Me conquiste



Te espero...Vem!
O mel do cálice
escorre em desafio

Prove o sabor da conquista
desfrute a doçura sem limites
da entrega submissa. Premissa!

Quebre as resistências fugidias
Conduzindo os caminhos
Senhor do básico instinto

Beije a boca sorvendo a alma
Em pequenos goles de prazer
desnude o corpo e segredos

Nunca revelados.




Giselle Sato

Felina


Felina

Quero um homem que me faça sentir
A vida inteira em um segundo de prazer
Fêmea atrevida, indomada, instintiva
Sentimento forte sublimando a paixão

Cio

Que saiba que tem nas mãos uma mulher
Que usa, abusa, escolhe, acolhe e recusa
Senhora que tem o reino entre as pernas
E sabe como ninguém barganhar a posse.

Segredos

Quero um homem que me sacie
A urgência em experimentos plenos
E faça do meu corpo abrigo e templo
Dos sentidos da pele, cheiro e sabor

Desejos

Que respeite meu silencio e inconstâncias
E que não me cobre mais que eu possa dar
Quero aquilo que me pertence desde sempre
Pela liberdade da libido inebriada em cores


Embriagada em gozos e devaneios
Tomo, reclamo, conquisto, insisto...
Leoa na relva, totalmente selvagem.
Espero.



Giselle Sato

mercoledì 11 marzo 2009

Omonimi – Un racconto Machadiano



Scesi la Rua di Ouvidor pensando alle mie passioni più grandi, le compiacenze femminili e la letteratura. Non necessariamente nello stesso ordine:

- Signore ha lasciato cadere questa busta, per poco non la perde, ho dovuto correre per raggiungerlo.

- Il mio manoscritto! Non so come ringraziarla, non me ne ero accorto, lei non immagina l’ importanza di ciò che ha salvato.

- Fortuna che l’ho trovato in tempo, tra poco ci sarà una processione e le strade saranno piene di credenti.

- Un’ assurdo, in pieno XIX secolo! Sono appena tornato dall’ Europa, le differenze sono inquietanti.

- Doveva vedere prima. Oggi abbiamo la pavimentazione, l’ illuminazione a gas, il trasporto pubblico, tutto seguendo i parametri delle capitali europee. Tempo di “nuove usanze”…

- Non mi piace sembrare presuntuoso, ma per quanto sia, la società Carioca è priva di buon gusto. I Caffè e i teatri mai si avvicineranno a piedi di quelli parigini. Il popolo mantiene usanze provinciali, non sanno vivere nelle capitali.

-Sfortunatamente, siamo una nazione prevalentemente di contadini e analfabeti.

- Certo. Perché dovrebbe essere differente? Senza offesa, sono di buona famiglia. Favorito dalla sorte per aver ricevuto un educazione che qualsiasi giovane potrebbe sognare. Parlo cinque lingue. Incluso il latino, che parlo correntemente, meglio che un sacerdote.

- Ho capito immediatamente di cominciare una buona conversazione. Nello stesso tempo, soltanto nel sentirlo parlare ho avvertito l’influenza europea.

- Ma lei, dove ha imparato a esprimere le sue idee con grazia? A parte qualche imperfezione naturale, parla il portoghese quasi perfettamente.

- Sono autodidatta, ho imparato con molto sacrificio. Era tutto sfavorevole. Grazie ai libri, sono capace di conversare con un uomo come lei.

- Capisco, lei lavora in un’ officina. Usa un macchinario o qualcosa di equivalente?

- Si, qualcosa di simile. Lavoro con libri, libri a tempo pieno. Lei lo sa che è una ispirazione? Sempre incontro persone interessanti, degni di doppia attenzione.

- Come? Che tipo di impronta, a parte essere un esempio, un’ ideale da essere copiato...

- Il signore è molto modesto.” Lei già lo sa”, un ispirazione preziosa, le sarò eternamente grato.

- Come compenso, cosa posso fare per dimostrare la mia gratitudine?

-Il signore mi ha ringraziato, è già sufficiente.

- Se dovesse qualche volta aver bisogno, io frequento la libreria Garnier quasi tutti i giorni. In verità, ricorda vagamente Notre Dame , quando cammino nella Rua do Ouvidor.

- Quasi una piccola Parigi . Signor?

-Che sbadataggine! Oliveira Neves, ma mi può chiamare Joaquim Maria. Il mio nome di battesimo.

- Machado, molto piacere. Che coincidenza, omonimi! Quasi dimenticavo, ho una riunione tra poco al Giornale del Commercio. Scusi ma devo andare. Stia bene, signor Oliveira.

Che strano individuo, gli ho offerto una piccola ricompensa e se ne andato furioso. Omonimi, mi mancava solo questo! Un quasi negro, poco istruito, pensando di ingannarmi. Cosa si aspettava? Che lo invitassi a prendere un caffè? Sicuramente pensava che ci fossero dei soldi nella busta. L’ha restituita sperando in una buona rimunerazione, poi ha fatto la parte dell’ offeso.

Ah, le giovani signore, crema della società. Che visione! La jeunesse dorèe, apprezzando la moda, facendo compere, passeggiando all’ aria fresca. Qualcuna è velatamente cortese in cerca di relazioni. Se la fortuna é favorevole, offro le mie galanterie, prendo qualche pacchetto e parlo un po’ di francese. Voilà! La invito per un tea in pasticceria, accompagnandola fino alla residenza…

Finalmente la libreria, un luogo con una certa esclusività, lontano dai miseri che occultano le vetrine. Sento che sto nel mio mondo, scrittori, intellettuali, politici. Uomini di sagacia, in un’ area riservata, mi sento quasi in casa:

-Joaquim, Joaquim Maria. Quanto tempo! Qual buon vento trascinò il mio migliore amico al rimpatrio?

- Pacheco Leitào! Che piacere, sono arrivato la settimana scorsa. Ma ho già voglia di tornare.

-Joaquim, non essere tanto severo! Prendi parte alla nuova società, frequenta le meravigliose feste, i casinò, sfrutta ciò che è di buono e migliore. E ancora non ti ho parlato dei bordelli! Non è sufficiente?

- Si, il sufficiente per chi si accontenta di poco. Voglio molto di più, oggi consegno il mio primo romanzo per la pubblicazione.

-Avere un amico scrittore è un’ onore straordinario. Hai fortuna, oggi è uscito l’ultimo di Machado: Memòrias Pòstumas de Bràs Cubas. E’ un opera prima, tutti stanno commentando. Va bene che Machado sempre sorprende. Quando pensiamo di aver letto il migliore, è lì che arriva l’altro sconcertante.

Provai un piccolo turbamento ascoltando quel nome, il secondo Machado in un pomeriggio. Per non essere sgarbato, sfogliai un poco il libro disinteressato…
Già dal primo paragrafo sentii che non avrei lasciato il libro fino a terminare la lettura. Stile unico, perfetto sotto tutti gli aspetti, tanto buono che avvertii vergogna del mio manoscritto.
Mi avviai in casa per finire la lettura del romanzo. Non ce la feci a controllare l’ invidia, l’astio, l’odio per lo scrittore brasiliano. Sei anni buttati nella spazzatura, i miei sogni crollati in un pomeriggio, la mia esistenza vagando nel vuoto. Per un Machado, una scure demolitrice di sogni.

Il giorno seguente, più calmo, seppi che lo scrittore, recentemente eletto il mio favorito, si sarebbe recato alla libreria. Il luogo era affollato di persone venute da ogni parte della città.
Molti applausi annunciarono l’arrivo. La moltitudine si animò impedendo la visione dei suoi lineamenti.
Quando riuscii a trovare il largo sufficiente, riconobbi l’uomo che aveva ritrovato la mia busta. Sarei voluto morire nello stesso istante:

-Pacheco, qui è molto soffocante, ho bisogno di uscire un po’ per respirare.

-Proprio adesso? Perderai l’ interpretazione, Machado ci darà l’onore del primo capitolo.

-Allora rimani e approfitta, non c’è bisogno che mi accompagni. Insisto rimani, è il tuo autore preferito.

-Immagina, giammai abbandonerei un amico, ti farò compagnia fino a che non migliori e rientriamo.

-Pacheco, lasciami in pace! Ho bisogno di respirare, sono intrattabile.

-Non c’è bisogno di essere villano, non vuoi essere visto insieme a un semplice commerciante. Oggi stai in mezzo dei tuoi colleghi, non hai necessità della compagnia del vecchio amico Pacheco. Non ho fatto i tuoi studi, i miei non mi mandarono in Europa. Mia madre pensò che era uno sperpero, mio padre sa a malapena scrivere il suo nome, e adesso questo smacco…

Piantai il mio amico parlottando da solo, mai ho avuto pazienza per i sermoni, molto meno per quelli di Pacheco.
Persi la cognizione del tempo camminando, il petto trafitto dalla vergogna. Non avevo afferrato la sottile ironia durante il breve dialogo con il mulatto perspicace.
Analizzai il suo romanzo da un altro punto di vista. Ora stavo constatando la trivialità mascherata nei dialoghi dei personaggi, la personalità calcolata dei protagonisti, la strategia della stesura confusa e angosciante.

Mi resi conto che in quell’ istante la mia vera vocazione stava sbocciando. La vita acquistava una nuova attrattiva, macchinava piani intenti a pubblicare critiche devastanti per ciascuna sua opera. Orchestrava analizzare ogni riga, sognava a occhi aperti il riconoscimento pubblico.
La avversione “machadiana” cresceva come un bubbone ripugnante. Sbadato, con i pensieri traboccanti di vendetta, non mi accorsi dell’auto fuori controllo. Per ironia del destino , importata dall’ Inghilterra, mal guidata da un giovane inesperto.

Cessai di vivere!
Joaquim Maria si spense, morì in piena Praça da Constituçào.
A pochi metri dalla famosa Tipografia Dois de Dezembro. Nell’ ora dell’ incidente, affollata di scrittori ed intellettuali.
Il mio ultimo pensiero… un’esistenza inutile. Non ho lasciato niente. Né figli, né opere, né nostalgie, né amici… Sono stato una farsa, dogmatico, ostentato e bugiardo. Allontanato dalla propria casa dopo la scoperta delle dissolutezze sfoggiate in Europa. Ora una anima profana.
Alla fine, aggravato e rallegrato, da un sogno discutibile e anonimo: Essere stato l’ ispirazione, anche se fugace, di Joaquim Maria Machado de Assis.


Giselle Sato - Trad. Maurizio Gennari
Testo Originale. Homonimos


OBS:
Joaquim Maria Machado de Assis (Rio de Janeiro, 1839 – 1908) è stato uno scrittore e poeta brasiliano.
Nonostante sia poco apprezzato come poeta, è considerato il maggiore scrittore in prosa della letteratura brasiliana e fu il fondatore dell`Academia Brasiliana di Lettere(ABL).
Questo racconto fu scritto in omaggio allo scrittore in occasione del centenario della sua morte e fu pubblicato nella Comunitá Overmundo.

sabato 7 marzo 2009

O cio da terra



''O que desperta o desejo? Como funciona o instinto? Cheiro, gosto, textura''....


Toda mulher tem uma tara secreta. Por mais que tentasse ocultar , Sonia era atormentada pelo pensamento: A idéia fixa no corpo suado dos trabalhadores que passavam à sua frente, torso nu, músculos trabalhados pelo peso das toras de madeira e pela lida com gado e cavalos.

Sonhava com as mãos grossas e calejadas arranhando sua pele e o odor do suor aguçava seus sentidos qual fêmea no cio. Só com a lembrança de suas fantasias perdia o fôlego, ardia carente, suspirando fundo.
Agenor era um marido apaixonado, virtuoso e previsível. Não admitia nenhuma variação na cama além do que considerava normal. Isso excluía quase tudo que não fosse tradicional e enfadonho. Soninha, jovem e deliciosa em seus vinte e poucos anos, queria emoções. Era puro fogo e sensualidade. A mudança para a fazenda distante foi uma forma de afastar as tentações que a cidade tão generosamente oferecia.
Possessivo e ciumento, Agenor via o perigo em forma de academias lotadas, festas e vizinhos. Soninha gostava de todo conforto e luxo em que viviam, mas sentia um vazio cada vez maior. Uma angústia... Urgência..

Não era uma mulher satisfeita. Descobriu sua tara quase por acaso. Mandou selar um cavalo para um passeio inocente e quando o peão veio entregar-lhe as rédeas, sentiu o cheiro forte . Ficou tonta, faminta, uma onda forte percorreu seu corpo. Tesão.
Arrastou o empregado para trás do estábulo. Desceu a calça jeans e sentiu toda a rudeza enterrada em suas carnes. Gemia de prazer com os dedos grossos enfiados em sua vagina molhada, Separando, esfregando, apertando sua sensibilidade. O pênis grosso, sem nenhum cuidado, penetrou com força. Estava tão excitada que nem se importou com o gozo escorrendo por suas pernas. O homem era um touro, mal acabou e já estava duro de novo. Foram três gozadas sem tirar. Estava toda ardida quando ele finalmente terminou.
Vestiu a calça e saiu sem dizer uma palavra. Não se olharam, não houve carinho, transaram quase vestidos. Só penetração.

Enquanto tomava banho, Sônia tocou a vagina dolorida e sensível, sentiu-se saciada. O marido não desconfiava de nada. Passava o dia no campo, visitando terras, fiscalizando produção e entregas. Deixava a esposa aproveitando a piscina e a vida no campo, completamente alheio e confiante. Em nenhum momento enxergava perigo nos empregados feios e sujos. Homens rudes que mal falavam.
Poucos dias depois, Soninha estava novamente rodando os currais e pastos, escolhendo seu rebanho. Sentiu-se atraída pelo caboclo de olhos atrevidos. Um sorriso, um convite. Carregando um galão de leite fresco, seguiu a patroa até o depósito vazio.

Ela trancou a porta e deitou-se nua na mesa rústica de madeira crua.
Pousando o vasilhame no chão, o homem começou a lambê-la com gosto, nunca havia visto uma vagina tão branca. Vez por outra molhava os dedos no leite gordo e sugava com força, parecia querer devorar por inteiro cada pedacinho da mulher.
Sônia perdeu as contas de quanto gozou naquela boca faminta. Foi penetrada na urgência exata que tanto queria. Estava mole quando sentiu as nádegas sendo abertas e mais leite gorduroso servindo de lubrificante para o melhor sexo anal de sua vida.
Empolgada, empurrou com força os quadris ignorando a dor rasgando sua pele. Naquele dia, mal conseguiu andar tão machucada ficou.

A notícia correu entre os trabalhadores e os olhares gulosos perseguiam-na por toda parte. Os empregados se revezavam na orgia campestre. Quanto mais fazia sexo, mais vontade sentia. Completamente adaptada à rotina insana, agüentava três homens sem o menor esforço e ainda cumpria suas obrigações no leito matrimonial.
Um dia, um peão bonito chegou à fazenda. Alto, moreno, porte de campeão de rodeio. Homem de “virar a cabeça” de qualquer uma.
Soninha ficou louca, perdeu a noção do perigo. Andava para cima e para baixo com o moreno. Agenor, o marido, finalmente desconfiou e mandou seguir a mulher. Os empregados, enciumados com o concorrente, confirmaram as suspeitas incentivando a vingança.

Estavam na cachoeira, fazendo toda sorte de safadeza. Não perceberam a chegada do tropel liderado pelo marido enlouquecido de raiva e ciúme. Mal apeou, Agenor matou com vários tiros o rival. Sônia, nua no meio das águas, era uma visão mais que perfeita. Como a natureza pôde ser tão generosa com uma mulher?
O marido chorava como criança e não teve coragem de matar a traidora. Amava aquela mulher mais que tudo em sua vida, não conseguiria viver sem sua Sônia. Reconciliaram-se.

O avião decolou com algum atraso. Na primeira classe, o champagne foi servido e Sônia estava sorridente com seu novo colar de brilhantes. Agenor, marido corno e apaixonado, havia decidido que a Europa era distante o suficiente para o recomeço.
Não só havia perdoado como não mudou sua forma de tratar a mulher. Culpava-se por não ter sido atencioso, assumiu os erros de Sônia e não tocou mais no assunto.
Pedindo licença ao esposo, Soninha foi ao banheiro. Passou pela "galley" da aeronave e sorriu descaradamente para o comissário bonitão que montava a bandeja de salgados.
Doze horas de viagem, muitos “drinks” a mais para Agenor e com certeza alguma diversão extra para ajudar a passar o tempo. Entrou no toillete apertado e não trancou a porta...



Giselle Sato

martedì 3 marzo 2009

Helena



Helena desiderava molto, per vendetta o per amore, provare il gusto di un’ altra bocca. Assai stanca, umiliata, un ombra vagante nella cascina decadente. Non sapeva niente, si sposò a diciotto anni con un uomo che poteva essere suo padre. Sei anni passati e si era ritrovata massaia e qualche volta moglie.

Annusando la varechina, vestendo sempre stracci e sfregando il pavimento macchiato. Quel giorno sarà differente, aspettò che il marito uscisse e prese la saponetta comprata di nascosto. Fu una soddisfazione usare il suo rasoio per depilarsi le gambe, le ascelle e il pube. Rise mentre toglieva l’ affilatura della lama, lui sempre gridava ai quattro venti che era un uomo “all’ antica” e non ammetteva le Bic. La vasca rimase piena di peli e lei se ne infischiò. Usò l’ avanzo della colonia e sorrise davanti allo specchio giallognolo.

In quel luogo niente era idoneo. Dalle tubature alle pentole ereditate dalla suocera, tutto era fatiscente. Spazzatura. Il postino arrivò alla solita ora e cominciò ad infilare le buste nella cassetta. La donna spalancò la porta, nuda e con un sorriso provocante. Da molto si scambiavano sguardi, il massimo dell’ intimità accadde a Natale quando timidamente, lei gli donò una busta con la mancia. Toccò con la punta delle dita le mani minute della ragazza tanto bella e maltrattata.

Adesso erano appena i due in quella impazienza tormentosa. C’ era il pericolo di essere sorpresi e rapidamente era dentro lei. Muovendosi frettolosamente, pretendeva venire ed allontanarsi da quel posto il più presto possibile. Non importava quanto lei fosse eccitante, non avrebbe mai immaginato tanta dolcezza, perse la nozione del tempo. La visione del corpo abbandonato sul tavolo, completamente alla “mercè” dei suoi desideri era irresistibile. Ripeteva a bassa voce il nome, appassionato e baciandola Helena, dentro a Helena, respirando il profumo di Helena…Helena…Helena…Helena…


**********
Nessuno ama il tradimento
Un’ ombra si avvicinò alla casa. Fece un giro ed entrò dal garage, che era aperto.
Il tradimento non sarà perdonato. No certo.
La porta della sala si aprì. L’ offesa sarà vendicata.
La scure si abbattè per lo meno sette volte. Il grido giunse alla prima, che troncò una gamba.
La seconda troncò un braccio.
La terza troncò l’ altra gamba.
La quarta troncò l’altro braccio.
La quinta mozzò una delle cosce.
La sesta troncò una delle spalle.
La settima pose la scure affondata nell’ addome.
Lo sguardo iniettato di sangue cadde sopra il postino. Nel suo ultimo alito, pronunciò il nome di lei. Ora sarebbe tutto ricominciato nuovamente.


Giselle Sato & Pedro Faria (trad. Maurizio Gennari)
Testo Originale: Helena

Liliane






Nunca entendi o universo masculino e suas mil uma noites. Quando conhecem uma mulher decidida e consciente de seus desejos, começam a erguer montanhas de impedimentos: Ah! Se é tão boa assim, deve ter tido muitos amantes ...É frase mais que batida. Diria ultrapassada. E ainda existe o conceito da santa que partilha o leito conjugal. Como se fosse possível afogar anseios, fantasias, vontades e tesão. Encarnar a pudica que aceita e cumpre os deveres matrimoniais é comum. Difícil é controlar a fantasia com o ator da novela das sete.

Sexo é tão normal quanto tomar banho e beber água. Mas não me importo com comentários maldosos porque me visto e vivo como uma puta. Há uma desclassificada que mora dentro de mim e adora se exibir... E ela é muito interessante e adora viver.É assim que ganho as ruas e caminho atraindo olhares. É puro instinto e eu adoro ser mulher...Unhas vermelhas, baton, sapatos e bolsas.


Acho que os machos evitam encarar uma fêmea decidida. A mulher que não se contenta com pouco e diz: faz deste jeito porque é assim que eu gosto. . Eu quero muito, sempre quis e não vejo porque esconder meus desejos. Foi assim que conheci Vítor e no mesmo instante senti que ele tinha a famosa ''pegada''... Tudo bem que ele exalava um odor irresistível: Perfume, suor e hormônios. Mistura perfeita aliada a algumas tequilas. Confesso que joguei os cabelos, desfilei pelo deck do barzinho como se fosse passarela e no final encarei com um sorriso: E aí? Está esperando o que?

Cinco minutos e estávamos trocando altos beijos. Dez minutos e minha mão descobriu que ele estava super excitado. Vinte minutos e foi a vez dele delirar com a ausência da calcinha... Meia hora foi o tempo exato para decidirmos, que não dava para continuar no local. Enquanto ele tentava dirigir e manter os dedos entre as minhas pernas, segurei o volume da calça com uma pequena pressão. Pelo gemido entendi que Vítor estava gostando, abri o zíper e deslizei minha mão em concha.

Encontrei um membro macio e duro, suspirei imaginando tudo aquilo dentro de mim. Adoro sentir um pau gostoso na boca, descobrir os pontos de prazer, explorar até o limite e provar o doce do sabor. Insisti até Vítor me puxar pelos cabelos:

- Espera.

- Mas eu quero agora. Deixa vai...

Ele suspirou e estacionou o carro na rua movimentada. O vidro filmado impedia a visão dos transeuntes. Sinceramente pouco me importava, naquele momento eu era a extensão daquele pênis. Nada me deixa mais satisfeita, que o brilho da entrega refletida nos olhos do amante. Vitor tocava meus cabelos, forçando minha boca a engolir quase tudo:- Calma! Sei o que estou fazendo.

- Desculpe. Não costumo gozar assim, gosto de dar uma caprichada. Estou louco pra te levar pra cama...

- Relaxa.

Enquanto esfregava a glande em meus lábios, brincava com a língua ao redor, subindo e descendo. Decidi me concentrar na pontinha e descobri que Vitor não agüentaria uma segunda lambidinha.
Perdendo o controle, ele gemeu alto e senti a boca inundada. No instante seguinte, senti a ponta daqueles dedos, como pinças apertando meu ponto mais delicado. Foi um gozo molhado que me deixou sem ar...Uma agonia que ele prolongou movendo e alternando a intensidade.

Respiramos fundo satisfeitos com o ''petit aperitife'': - Menina doida, moro uma quadra adiante...a polícia passa toda hora. Vamos lá pra casa...

- Então estamos perdendo tempo? Não quero ir pra sua casa.

- Liliane! Não entendo o que está querendo.

- Um desafio, um jogo, o que você acha do túnel ? Podíamos parar entre as pilastras.

- Enlouqueceu. Vamos ser presos, sinto muito...É demais!

- Tudo bem. Então vou descer aqui mesmo. Valeu.

- Menina, não posso te largar esta hora no meio da rua. Vou te levar pra sua casa.

- Não obrigada. Minha noite ainda não terminou.

Vítor contornou o automóvel e parecia bem irritado. Rapidamente puxou-me pela cintura e saiu arrastando em direção ao carro. Fiz corpo duro, fingi resistir, xinguei e finalmente ele entendeu: Encostados na porta em um abraço apertado, começamos a nos beijar outra vez, estávamos realmente excitados e sentíamos aquela urgência dolorosa. Encaixada no meio das pernas de Vítor, roçava meus quadris ondulando movimentos, sentindo a mão dele guiando minha bunda. Quando ele mordeu meu pescoço e ombros, soltei um gritinho de satisfação.

Acho que neste momento, Vítor se soltou e colou a boca por cima da blusa fininha. Desci as alças e ele sugou o bico do seio com força. Suspirei enquanto minhas mãos apertavam cada músculo daquele corpo malhado, moreno, suado:- Sou viciada em adrenalina. Não rola de outro jeito, mas não vou ficar chateada se não quiser vir comigo. Ri debochada e tirei a blusa mostrando o top pequeno. Apontei com um dedo uma manchinha roxa no ombro esquerdo.

Não havia mais volta e ambos queríamos o máximo sem inibições. Sorrimos cúmplices e entramos no carro. Embaixo do viaduto, entre as pilastras mal iluminadas, descemos sem uma única palavra. Ele empurrou meu corpo sobre o capô e me penetrou rapidamente. Senti que era completamente preenchida, cada movimento tocava fundo e aquele lugar me enlouquecia. Os carros passavam em alta velocidade e não se davam conta do que ocorria. Um ou outro motorista enxergava alguma coisa mas não havia com parar. O medo de sermos pegos, o proibido e todo o clima que nos envolvia eram fortes demais. Gozamos juntos em pouco tempo. Quase imediatamente um carro de ajuda mecânica aproximou-se.

Estávamos vestidos e com a cara mais limpa do mundo, Vítor disse que sentiu o pneu trepidar como se estivesse furado e estava apenas checando. Tudo esclarecido, partimos rindo com crianças travessas:- Conseguiu o queria estou tremendo até agora.

- Puxa Vítor! Então está arrependido?

- Claro que não! Só não sei se vou conseguir seguir tuas loucuras.

- Vamos deixar o tempo responder... É assim que eu gosto. Se quiser...é assim que eu gosto. Mas acho que você gosta também.

Ele agora ria despreocupado, mal imaginava o que eu estava planejando. Vítor seria o parceiro perfeito, não costumo errar...ainda confio nos meus instintos.




Giselle Sato

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